Ritratti
08 Giugno 2022

Unai Emery, vincere è l'unica cosa che conta

Quali sono l segreti dei successi europei del tecnico basco?

Raramente nella storia del calcio ci si è trovati di fronte ad un allenatore dalla parabola così ambigua e divisiva come quella di Unai Emery: ambigua perché è vero che il basco (nato ad Hondarribia, comune ad un passo dal confine francese) è il tecnico più vincente della storia dell’Europa League/Coppa Uefa (con ben 4 trionfi in bacheca, di cui tre ottenuti consecutivamente tra il 2014 e il 2016 sulla panchina del Siviglia) ma è altrettanto vero che, in campo nazionale (escluso il PSG…) non è mai riuscito a vincere nulla.

Emery è un allenatore divisivo, agli occhi di addetti ai lavori, colleghi e, soprattutto, calciatori da lui allenati. C’è chi lo ritiene sottovalutato, per via del palmarès comunque di grande livello, ma anche per l’ottima capacità nel valorizzare i giocatori a disposizione (è accaduto nelle sue esperienze in Spagna), siano essi giovani di talento che con lui sono definitivamente esplosi o giocatori già più “esperti” che con il basco in panchina hanno fatto il definitivo salto di qualità: nomi importanti come Jordi Alba, Juan Mata, David Silva, David Villa, Ever Banega e Ivan Rakitic devono tanto della loro carriera ad Emery.

Artem Dzyuba, ad esempio, definì Emery «il nostro allenatoruncolo» (in russo ‘trenerishka’) al termine di un derby contro la Dinamo Mosca perso 5-1


C’è invece chi lo reputa sopravvalutato, poiché non in grado di ripetere questi risultati nei grandi club europei, a causa dei già menzionati limiti caratteriali e gestionali: Emery non è riuscito a sopportare la troppa pressione in ambienti di lavoro eccessivamente stressanti, in cui si vogliono risultati immediati e convincenti, e non è mai stato capace di rapportarsi in modo ottimale con i cosiddetti “top players”, con cui al PSG e all’Arsenal ha dovuto confrontarsi.

Non a caso in un’intervista rilasciata per il quotidiano “Le Parisien” nel 2018, Marco Verratti disse che lavorare con il tecnico basco fu “abbastanza complicato”, mentre all’Arsenal ebbe continue controversie con Mesut Ozil, tra liti in allenamento e insulti negli spogliatoi dopo le partite (come nella finale di Europa League persa contro il Chelsea, quando Ozil disse ad Emery di “non considerarlo neppure un allenatore”…).

Anche i suoi metodi di lavoro e preparazione alle partite sono ritenuti controversi: Emery, infatti, è ossessionato dallo studio dell’avversario, e prima di ogni partita costringe la sua squadra a visionare più volte interi match dei rivali in modo da individuarne tutti i punti deboli e mettere in pratica le migliori soluzioni per portare a casa un risultato positivo. Prima della finale di Europa League contro il Manchester United, vinta dal Villarreal ai rigori, fece visionare ai suoi giocatori ben 17 (!) partite complete dei Red Devils: un approccio puramente scientifico alla materia, di chi cerca e vuole a tutti i costi il controllo su ogni singolo aspetto del gioco, che sono costati allo spagnolo l’appello, non certo lusinghiero, di “overthinker”, colui che pensa troppo.


Unai Emery è dunque sottovalutato o sopravvalutato? La verità, come sempre, sta nel mezzo: un allenatore capace di portare in paradiso squadre “minori”, per una sorta di contrappasso dantesco viene trascinato all’inferno quando si trova nelle mani squadre di alto livello. Un incompiuto probabilmente, ma con indubbie qualità.


L’EVOLUZIONE DI UNAY EMERY


Sin dall’inizio della carriera da allenatore, dopo un passato da calciatore (centrocampista difensivo, il suo ruolo) nelle serie minori spagnole (padre e nonno furono entrambi portieri), Emery si segnalò subito per le sue “imprese” alla guida di due club di basso profilo, semi-sconosciute dallo stesso pubblico calcistico spagnolo, ma che con il tecnico basco ebbero improvvisa notorietà: il Lorca Deportiva prima e l’Almerìa poi.

Il primo era un club giovanissimo (nato soltanto nel 2002, dalle ceneri di un altro club della stessa città) quando Unai ne prese le redini da allenatore, nel 2004, dopo aver concluso lì la carriera sui terreni di gioco, e in appena una stagione il club di Murcia venne promosso nella “Segunda Divisiòn” (l’equivalente della nostra Serie B), per la prima volta nella sua recente storia. L’annata seguente il Lorca arrivò quinto, mancando di un soffio la qualificazione ai playoff per la promozione in massima serie: Emery venne comunque premiato come miglior allenatore della “Segunda Divisiòn”.

Il secondo venne scelto dal tecnico basco nel 2007, dopo aver lasciato la guida del Lorca (che l’anno seguente senza di lui sarebbe retrocesso nella terza serie). Emery non ci mise molto a farsi notare in terra andalusa, quando con un secondo posto in classifica portò l’Almerìa ad una storica promozione nella Liga, riuscendo poi a centrare un ancor più storico ottavo posto la stagione di debutto nella Serie A spagnola.

Un tecnico del genere non poteva passare certo inosservato. E infatti nel 2008 Emery firmò un contratto col suo primo club “importante”, il Valencia.

Allora i “pipistrelli” erano considerati la terza forza della Liga spagnola, dopo ovviamente le superpotenze Real Madrid e Barcellona. Le cose per Emery, purtroppo, non andarono benissimo, e non soltanto a livello di risultati, visto che in quattro anni sotto la guida del basco non arrivò alcun trofeo dalla parti del Mestalla. Il vero problema stava nella pessima situazione finanziaria del club, costretto a vendere ogni anno i suoi giocatori migliori per rimpinguare un bilancio in profondo rosso (400 milioni di debiti durante la permanenza del tecnico basco).

Al di là dei discorsi finanziari, è qui che Emery iniziò a farsi conoscere per i suoi metodi ossessivi in allenamento, come le famose sedute video per studiare compulsivamente gli avversari in ogni loro dettaglio: come raccontato da Dani Parejo (allora giovane prospetto al debutto con la prima squadra) in un’intervista al “Daily Mail”, i video “erano talmente lunghi che un giorno Miguel Brito (allora terzino del Valencia, ndr) si mise a dormire” mentre Joaquín raccontò, intervistato dal “Guardian”, che una volta “si portò dietro i pop-corn come al cinema”.

E non è finita certo qui, dato che sempre Parejo disse che Emery era solito “dare ai difensori delle chiavette USB contenenti sempre match della squadra avversaria”, probabilmente per studiare meglio i movimenti degli attaccanti che si sarebbero trovati contro.

Ad ogni modo, nel maggio del 2012 Emery decide di lasciare Valencia e la Spagna per firmare un ricco contratto biennale con lo Spartak Mosca, club di proprietà dell’oligarca russo Leonid Fedun. Le cose però nella sua prima esperienza fuori dai confini nazionali vanno parecchio male, con il club della capitale che ha un rendimento troppo altalenante in campionato, trovandosi lontano dalle posizioni di vertice: Emery alla fine venne esonerato dopo un’umiliante sconfitta per 5 a 1 contro i concittadini della Dinamo Mosca.

Esonero tra l’altro avvenuto pochissimi minuti dopo aver subìto la disfatta nel “derby”, visto che Fedun scese immediatamente negli spogliatoi e senza troppi giri di parole comunicò ad Unai di essere “finito”. Come se non bastasse l’allora centravanti della squadra, Artem Dzyuba, lo definì il peggior allenatore che avesse mai avuto, dandogli anche dell’ “allenatoruncolo”. Non si era insomma fatto molti amici in terra russa.

unay emery spartak mosca
Unay Emery ai tempi dello Spartak Mosca

Dopo solo un paio di mesi di attesa, Emery tornò in patria, nella terra in cui la sua avventura da allenatore era cominciata: l’Andalusia, per allenare stavolta il Siviglia. La squadra si era fatta recentemente conoscere fuori dai confini nazionali per la vittoria di due Coppe Uefa consecutive nel 2006 e nel 2007, mentre in patria aveva conquistato due “Copa del Rey” nel 2007 e nel 2010.

Emery nei suoi tre anni e mezzo alla guida dei “Blanquirrojos” non riuscirà a competere mai per la conquista della Liga e neanche a portare a casa una coppa nazionale, ma è in Europa che compirà quello che probabilmente è il massimo capolavoro della sua carriera: la vittoria filata di tre Europa League, dal 2014 al 2016. Un traguardo, considerata anche la vecchia Coppa Uefa, ineguagliato, con Emery che in pochissimo tempo raggiunse il sommo Giovanni Trapattoni come tecnico più vincente della competizione.


L’impresa del basco è ancora più clamorosa se si considerano le difficili condizioni in cui fu costretto ad operare: la rosa della squadra ogni anno veniva stravolta con la cessione dei calciatori più forti. Il metodo di mercato di Monchi consisteva (e consiste) in una politica volta alla ricerca di giovani di talento, sia all’interno della società, tramite la promozione di molti ragazzi delle giovanili in prima squadra, che all’esterno della stessa.

Dopo aver lasciato il Siviglia nel 2016, Unai approda al Paris Saint-Germain, leader da quattro anni del calcio transalpino. La prima stagione di Emery nella capitale francese è però un mezzo disastro, considerate le aspettative: nonostante la conquista delle tre coppe nazionali (Coppa di Francia, Coppa di Lega e Supercoppa francese), il basco riesce nella non invidiabile impresa di perdere proprio il campionato, ai danni del Monaco, che riesce pure a distaccare i parigini di ben 8 punti.

Ma la vera figuraccia Emery la rimedia in Europa: agli ottavi di finale (dopo aver superato il girone di qualificazione in seconda posizione, alle spalle dell’Arsenal) il PSG incontra il Barcellona, in quello che si preannuncia un doppio turno all’insegna dello spettacolo. L’andata, al Parco dei Principi, termina con il roboante punteggio di 4 a 0 per gli uomini di Emery (doppietta di Di Maria e reti di Draxler e Cavani). Al ritorno al Campo Nou, però, il Barça disintegra i parigini con un tennistico 6 a 1, con ben tre gol subìti nei sette minuti finali.

Un uomo stravolto, incapace di accettare la sconfitta

Nonostante ciò, abbastanza incredibilmente, Emery non viene esonerato ma rimane in Francia per un’altra (e ultima) stagione, in cui stavolta riesce a trionfare in Ligue 1 con largo margine rispetto alle inseguitrici (grazie e non poco ai super acquisti di Neymar e Mbappè), mentre in Champions ancora una volta il PSG esce agli ottavi, stavolta per mano del Real Madrid (ma senza umiliazione). Ancor prima della fine dell’andata, Unai annunciò di voler lasciare Parigi, malgrado un altro anno di contratto: non si trovò mai bene a lavorare nella capitale francese, soprattutto nella seconda stagione, coincidente non a caso con l’arrivo di

Neymar, con cui ebbe diversi screzi, tanto da dichiarare successivamente che il fuoriclasse brasiliano lo costrinse “ad essere un allenatore diverso, perché doveva adattarsi totalmente alle sue caratteristiche”, e che in quella squadra semplicemente “comandava lui”.

Emery non può fare il “gestore” dei campioni, specie se questo significa rinunciare del tutto alla sua metodologia (immaginare le stelle del PSG guardare per ore video su video è abbastanza comico). Dopo le dimissioni dal club parigino, Emery tenta la gloria in Inghilterra, accettando un compito difficilissimo: sostituire un monumento come Arsène Wenger sulla panchina dell’Arsenal.

Forse troppo difficile per uno come lui, non tanto per il pesante fardello di “erede” del tecnico francese (in carica da ben 22 anni), ma perchè i “Gunners” da ormai più di un decennio erano la lontana ombra della grande squadra capace di vincere un campionato da imbattuti (gli “Invincibles” del 2004). L’obiettivo minimo stagionale della dirigenza era un piazzamento tra le prime quattro della classifica (per la qualificazione in Champions) e fare un buon cammino in Europa League: il primo traguardo sembrava tranquillamente alla portata, visto che l’Arsenal di Emery partì molto forte, con ben 13 risultati utili consecutivi nel girone d’andata, ma tutto venne rovinato da un finale di stagione in cui la squadra praticamente fece harakiri, con la miseria di 7 punti nelle ultime 7 partite, che costò ai Gunners il quarto posto.


Meglio andò nell’habitat naturale del tecnico basco, ovvero l’Europa League, in cui Emery riuscì a raggiungere la sua quarta finale, ma l’esito non fu affatto positivo, con la pesante sconfitta per 4 a 1 contro i connazionali (e concittadini) del Chelsea, allenato allora da Maurizio Sarri. Unai venne confermato un altro anno, come a Parigi, ma stavolta non finì la stagione, visto che venne esonerato in autunno dopo un inizio di campionato più che deludente, in cui l’Arsenal si trovava appena in ottava posizione.

Tante le cose che non andarono nella sua avventura londinese: già detto dei rapporti più che tesi con Ozil, c’è da dire che il basco non portò certo un buon ricordo neppure degli altri compagni di squadra. Dopo il suo esonero, e l’arrivo di Mikel Arteta come sostituto (curiosamente, basco pure lui), vari giocatori del team, in particolare Lacazette e Bellerìn, sostennero di essere “migliorati sotto tutti gli aspetti, dalla tattica all’unione del gruppo”.

Anche tra i tifosi e l’allenatore non furono mai rose e fiori: oltre che per i deludenti risultati in campo, Emery venne pesantemente contestato per la decisione di affidare la fascia da capitano a Granit Xhaka, un giocatore detestato dalla maggior parte dei fans non solo per le prestazioni mediocri, ma anche per aver esplicitamente insultato i tifosi stessi dopo una sostituzione, “colpevoli” di averlo fischiato. Il tecnico però si difese sostenendo che quella era una decisione “presa in accordo col resto dello spogliatoio”.


Anche con la dirigenza del club ci furono diverse incomprensioni, con Unai che accusò di “non averlo saputo proteggere e di averlo lasciato solo”. Il suo scarso livello di inglese (anche il fattore comunicativo fece la sua parte) lo “trasformò”, come se non bastasse, in un meme vivente: sono ancora virali su YouTube e in rete i “Good ebening” pronunciati dal basco all’inizio di ogni intervista pre- e post-partita.

Cosa poteva fare Unai per rilanciare la propria carriera? L’unica soluzione era quella di ripartire da un progetto a lui consono, una squadra di medio livello guidata da una proprietà che potesse aspettarlo, senza mettergli pressione per i risultati, senza “top players” da accontentare e con poche attenzioni mediatiche. Trovò la squadra ideale per lui ritornando ancora una volta in Spagna, stavolta in una piccola cittadina della “Comunità Valenciana”, per poter allenare il Villarreal.

Una squadra che si era fatta conoscere in Europa nel lontano 2006, dopo aver raggiunto un’incredibile semifinale di Champions League, traguardo raggiunto quest’anno proprio da Emery. La stagione di debutto del tecnico basco alla guida del “sottomarino giallo” è un capolavoro: il campionato viene concluso al settimo posto, senza grandi acuti, tuttavia, come sempre, è in Europa League che il basco dimostra il suo immenso valore, portando un team che nella sua storia non aveva mai vinto nulla prima d’allora, a trionfare addirittura in una competizione internazionale, battendo in finale il Manchester United ai calci di rigore, dopo l’1 a 1 che aveva concluso i tempi supplementari.


Un intero percorso europeo concluso da imbattuti, con la soddisfazione collettiva di aver buttato fuori in semifinale l’Arsenal, riuscendo così a “vendicare” tanto la sconfitta nella semifinale di Champions di 15 anni prima del club spagnolo quanto il passato del tecnico basco. Ma è nella successiva annata che Unai riesce persino ad andare oltre il capolavoro realizzato nel 2021, portando il Villarreal in semifinale di Champions League, dopo aver eliminato “top club” come la Juventus agli ottavi e il Bayern Monaco ai quarti, riuscendo a fare un enorme salto di qualità anche nella massima competizione europea.


IL GIOCO DI UNAY EMERY


Sono proprio le quattro partite degli ottavi e dei quarti contro i bianconeri e i bavaresi a rappresentare maggiormente il modo di giocare di Unai Emery. Che stile di gioco ha il tecnico basco? Le sue squadre difendono alte o basse? Fanno catenaccio o sono propositive? Da spagnolo, segue più Guardiola o Simeone? La risposta a tutte queste domande le dà lo stesso Emery:

“Quello tra guardiolisti e cholisti è un dibattito che non seguo né comprendo. Quello che mi importa è fare in modo che la mia squadra possa essere in grado di trasmettere qualcosa alla gente. Il mio è fùtbol e basta, o meglio puro fùtbol. È questa l’unica etichetta che riconosco.”

Nessun dogma da seguire dunque. Il Villarreal di Emery utilizza entrambi gli “stili di gioco”, calcio propositivo e reattivo, ed è riuscito a portare a casa due risultati storici: nella partita di ritorno degli ottavi, in casa della Juve, il “sottomarino giallo” ha preferito rifugiarsi nel più classico dei “catenaccio e contropiede”, riuscendo a vincere addirittura per 3 a 0; nell’andata dei quarti contro il Bayern, giocato tra le mura amiche dell’“Estadio de la Ceramica”, l’approccio è stato l’opposto, pressing alto e atteggiamento offensivo.

E al ritorno all’Allianz Arena? Si cambia di nuovo e si torna a difendere a denti stretti, strappando un 1 a 1 finale che vuol dire passaggio del turno. Solo il Liverpool di Jurgen Klopp è riuscito a fermarli, con un 5 a 2 complessivo nelle due semifinali, ma ciò non cancella ovviamente la grande cavalcata della banda di Emery nella competizione. Una “banda” composta equamente dal giusto mix di calciatori esperti, come Raùl Albiol, Dani Parejo e Gerard Moreno, e giovani di prospettiva come Pau Torres, Yeremi Pino e Arnaut Danjuma (i primi due sono prodotti del settore giovanile “amarillo”), che è riuscita a scrivere le pagine (finora) più importanti della storia del club.

Recentemente, dopo aver concluso la Liga con un altro settimo posto, il Villarreal è riuscito a qualificarsi per la “Conference League”, competizione nata solo l’anno scorso, e per questo ritenuta da molti poco prestigiosa: non per uno come Emery però, che non perderà certo l’occasione per mettere in bacheca l’ennesimo successo fuori dai confini nazionali.

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