Così come le altre arti, anche il calcio radica la sua essenza sul talento dei suoi interpreti. Solo l’estro naturale, l’innato privilegio della classe, tanto rara quanto invidiata, ne glorifica il valore. Senza il suo scintillio, il gioco sarebbe monco, uno scialbo ripetersi di esecuzioni aride da parte di mestieranti, comparse che – per quanto atleticamente prestanti o tatticamente istruite – non saprebbero dare al pubblico ciò che cerca: l’emozione del gesto tecnico.
Il tocco inaspettato, la scivolata in extremis, la punizione disegnata, lo spazio tramutato in assist, l’astuzia controintuitiva: quando si manifesta, il talento è nettare per lo spettatore goloso, che facilmente riconosce il piacere della sua estetica. Così come la sua comparsa, anche la sua precoce sfioritura – il talento irrealizzato o, meglio ancora, sprecato – conserva un afflato poetico. Una fotografia delle contraddizioni dell’essere umano, a cui non possiamo che rivolgere un sincero elogio.
Di cosa parliamo quando parliamo di talento sprecato? Nell’immaginario collettivo, un talento sprecato deve innanzitutto essere eccezionale.
Giocatori da palcoscenici d’élite, troppo brillanti per rimanere impantanati nel limbo delle periferie, o nei periodi ipotetici da bar di provincia. Giocatori dalle doti troppo evidenti per essere trascurate, ma evidentemente inespresse, talvolta incomprese, solo intraviste in carriere accorciate, a volte fumose, concretamente distanti dalla loro piena espressione. Non a causa di sfortuna o di fragilità fisiche, come per i vari Pato, Owen o Redondo, ma per ragioni profondamente umane, insite in quello stesso talento che, come Saturno con i propri figli, finisce per divorarli. Giocatori di cui rimangono solo lampi, giocate strabilianti quanto fugaci: tuttalpiù, l’apice di una o due stagioni memorabili, un torneo da protagonista, una rete decisiva. Destinati ad invecchiare in un crudele riecheggio, che ha le stesse parole usate da Maradona:
Che giocatore ci siamo persi!
Riflette amaramente Diego parlando dei suoi rimpianti. Seppur nessuno si sognerebbe mai di definirlo un talento sprecato, Maradona centra, ancora una volta, nel segno, concretizzando il peso del rammarico per l’irrealizzato. Un peso che grava sul talento stesso, e che può avere varie sfumature.
C’è il talento sacrificato al vizio. Giocatori favolosi, devoti al gioco ma erosi dall’edonismo di quei piaceri che Cecco Angiolieri chiamava la donna, la taverna e ‘l dado. Giocatori generosi, amati dallo spettatore ed amanti della vita, incapaci di gestire i propri eccessi. Guidati da una naturale indole da rockstar, come quella di George Best. O di Stan Bowles, l’alter ego citizen di Best che – pur con molto meno successo iconografico – lascerà una frase estremamente à la Best per riassumere la sua carriera:
“I blew the lot on vodka and tonic, gambling and fags. Looking back, I think I overdid it on the tonic”. (Ho buttato tutto in vodka e tonica, scommesse e sigarette. Guardandomi indietro, penso di aver esagerato con la tonica)
A volte, questo spreco assume le pieghe malinconiche di chi si è lasciato andare per fattori esterni, come Adriano, o di chi non ha mai imparato a convivere con sé stesso, come Paul Gascoigne. In un calcio sempre più professionalizzato, il fenomeno sta evaporando (a parte eccezioni come Radja Nainggolan) sotto la pressione delle attenzioni – e restrizioni – cui sono soggetti i suoi attori. Nondimeno, la vita voluttuosa ed irregolare è sempre stata un topos del calciatore inteso come artista, in cui il suo talento è romanticamente destinato a consumarsi senza mai compiersi del tutto.
C’è poi il talento sprecato per pigrizia. Eccezionalmente dotati ma intrisi di una certa apatia per il gioco, sono giocatori lunatici, sornioni, incostanti. Spesso ragazzini catapultati nei grandi palcoscenici, come Mario Balotelli o Joao Felix, non hanno saputo andare oltre l’epiteto di wonderkid. Abbagliati dallo scintillio di una vita di lusso, in cui le luci dei riflettori diventano specchi distorcenti della propria idea di sé, che atrofizzano l’ambizione.
Alle volte, l’indolenza è umorale, una svogliatezza connaturata nel genio e quindi coccolata con esso, come per Alvaro Recoba o Paul Pogba. Non di rado li accompagna una sicurezza naturale – che può sfociare in hybris – ed una bassa tendenza all’autocritica, come nel litigio tra Balotelli e lo studio Sky, incluso un amareggiato Zvominir Boban, dopo una partita da 4 in pagella. Per certi versi, riflettono un certo distacco dal mondo, quell’abulia contemporanea di chi, pur avendo tutto, si svuota.
Infine, c’è il talento sprecato per incoscienza. Purosangue senza fantino, certi giocatori sono schegge fuori posto, caratterialmente incompatibili con il calcio in giacca e cravatta. Come gabbiani in un campo di grano, volteggiano impazziti in un contesto che non appartiene loro, ma in cui sanno risplendere. Per quanto sublimi, sono totalmente imprevedibili, indisciplinati, impossibili da domare.
Al costo di dissipare le proprie doti, non accettano di scendere a patti, di smussare le proprie spine. Come Antonio Cassano, non sono né pigri né viziosi, bensì litigiosi, esplosivi, da sempre in guerra con il mondo poiché senza gli strumenti per cavalcarlo. Questa vena di follia, che con Cassano ha persino dato vita ad un neologismo (le famose cassanate), possiede una sua lirica. In un mondo dedito all’obbedienza e alla razionalità, ci ricorda che il talento può essere come Fantantonio: ingestibile, testardo, schizofrenico.
Come un romanzo lasciato incompiuto o una band one-hit wonder, i guizzi del talento sprecato – una giocata sbalorditiva all’esordio, o un gol da Premio Puskas dopo anni nel dimenticatoio – si cristallizzano nel nostro tempo, ed è facile innamorarsene ingenuamente. Perché, non ripagando le attese, la loro eccezionalità incompiuta non si abbassa nel triste mondo delle cose; rimane invece al di sopra, etereo ed eterno, lasciandoci solo la sua proiezione, un sapore accennato che esalta l’immaginazione. E poi, in fondo, il pensiero del talento sprecato ci rassicura. In un contesto in cui realizzarsi diventa dovere, la libertà di chi sciupa allevia i nostri sforzi quotidiani. Ci sgrava da quel peso che Maradona conosceva molto bene, e che chiunque lotti per una qualche aspirazione – con più o meno successo – sente. Un peso che, grazie ai Balotelli, ai Cassano, ai Gascoigne, diventa più leggero.