Se maledizione deve essere, allora va sublimata con un “fracaso” mondiale. La Norvegia che batte un mediocre Brasile, a nomi meno forte anche di quello di Qatar 22, certifica un record che si porta dietro da quasi 40 anni: imbattuta contro i verdeoro. Nel mezzo, due coppe del mondo alzate al cielo dai sudamericani e sprazzi di piccole “golden generation” scandinave. Un paio di pareggi in amichevoli, un biscotto marsigliese indigesto agli (allora) carneadi marocchini e l’ormai famoso 4-2 di Oslo. Tripletta di Flonaldo e Zagallo a spiegare alla stampa che l’abbuffata di film porno la notte precedente non deve aver aiutato le stelle del futebol bailado. Un’era geologica fa se si pensa a questi 11 in maglia verde nascosto e oro stinto che sognavano una Hexa impossibile. Squadra da quarti di finale ben che vada.
A poco serve mostrare la seconda divisa marchiata Air Jordan se per riportare a Tokyo il pur discreto Giappone serve il solito colpo dalla panchina. Casemiro, al terzo mondiale, passato da capro espiatorio a salvatore della patria, in campo sino alla fine, sacrificando il più tonico Guimaraes, unico della truppa a non sfigurare, rigore a parte. Neymar, richiamato dopo anni di infortuni e false ripartenze per avere almeno la decenza di un nome da vetrina da esporre.
“Imbolsito, lento, appesantito, infortunato. Ma acclamato, idolatrato, preteso, imposto. Ancelotti per un anno non l’aveva mai convocato” certifica la Gazzetta.
Era rotto e hanno fatto finta di nulla. Vinicius non basta a un popolo abituato ai cinque numeri dieci di Mexico 70, il trio Rivaldo-Ronaldo-Ronaldinho dell’ultimo trionfo mundial e perché no, anche alle poetiche formazioni tanto belle quanto perdenti degli anni Ottanta. La Seleçao con meno talento da Italia 90 e non può essere un caso se pure quella si fermò al gol di Caniggia e alle borracce inzaccherate di strani intrugli che gli argentini, maestri della beffa borderline tra il legale e l’illecito, riempirono ai ragazzi di Lazaroni.
Il “Delle Alpi” come East Rutherford. Cattedrali senz’anima (ridateci il Giants Stadium!) che confermano il flop verdeoro di portata storica. A Torino una formazione troppo difensiva, a Nuova York qualche sprazzo di buon giocatore e tanti nomi pescati sulla soglia dei trenta dal Brasileirao. Mai un buon segno, se imposti la tua spina dorsale sui ragazzi del locale campionato. Unico record battuto, l’astinenza, ma non si parla delle VHS che citò Zagallo nel 97. Ventotto anni almeno per vincere il Mondiale. Mai era successo al popolo che fa rima con calcio di aspettare così tanto tempo per trionfare ancora.
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meglio di Contrasti.
Vuol dire che in Europa, dei giocolieri più virtuosi del globo, ne girano pochi e quei pochi non sai ancora di che pasta son fatti. Vini, d’accordo e poi? Endrick il crack da social e nulla più che si presenta dinanzi a tal Nyland cincischiando come un pedatore di serie minori e la scava fuori. Martinelli né carne né pesce, Rayan chissà. Se poi, nel cammino oscuro degli ottavi, ti trovi davanti la nemesi che ti accompagna dal 1988 allora la caduta è più veloce, ma non meno fragorosa. Haaland, novello GigiRiva per quel secondo gol, fa paura a tutti. E i suoi compagni di squadra mica sono i simpatici outsider di Francia 98. Con o senza maratona di masturbazione notturna, nel forno del MetLife, di quel che resta del Brasile, sarebbe finita male comunque.
Di Latinoamerica era piena l’Europa, un tempo. Il pendolo della Storia dipingeva questi due continenti come asse del pallone del globo terracqueo. Tralasciando l’Asia, con la FIFA che dovrebbe vergognarsi per aver dedicato nove posti a mediocri scarponi da bassa Serie B italica, l’Africa sta poco a poco sostituendo quello che un tempo erano le promesse sudamericane. Un esempio, altrimenti si scade nel più patetico calciomercato. Yann Diomande, ivoriano, a pochi passi dal firmare per il PSG dopo che lo sceicco sborserà un centinaio di milioni al Lipsia. Un tempo nemmeno tanto lontano eran cifre do Brazil o Argentina che si dir si voglia.
Nemmeno i campioni del Mondo se la passano bene, se devono aggrapparsi al loro Dio quasi quarantenne contro i capoverdiani e la loro corsa asfissiante. Il blocco qatariota regge, probabilmente arriveranno in finale, a meno che Infantino e Trump non decidano di squalificare Messi “così de botto senza senso” (e potrebbero farlo senza vergogna). Il punto è un altro. “È la rivoluzione nella cultura calcistica” scrive con ragione Il Napolista.
Le geografia del calcio è cambiata. Quando prima o poi i Nostri azzurri torneranno alla Coppa del Mondo troveranno un torneo a loro sconosciuto. Giappone, Marocco, Stati Uniti, Senegal non più sorprese stile Giamaica di “Cool Runnings”, circondati da coach santoni e bomber esotici, ma signore squadre che hanno studiato negli atenei del Vecchio Continente della pedata. Sahariani od orientali per nascita, europei per crescita.
L’Ancien Regime colpito, anche se ancora non affondato del tutto, a un bivio. O accetta di giocarsela ad armi quasi pari con Capo Verde e compagnia, oppure rischia debacle storiche, vedi il triplete di eliminazioni dei tedeschi dal 2018 alla settimana scorsa. La nobiltà tiene duro in Francia, Spagna e per il resto siamo ai furono outsider diventati quasi principi. Aspettando l’Africa nera, godot pallonara, crescono messicani, nipponici, scandinavi, americani, colombiani. E noi, ex ombelico del mondo? Nazionali senza identità, imbottite di oriundi, seconde generazioni e discreti atleti, costretti a rincorrere una Curaçao qualunque per evitare fischi copiosi e cascate di insulti social (che hanno sostituito i più corposi pomodori all’aereoporto).
Perchè il singolo può bastare una volta, ma la corsa alla finale la si vince di squadra. A meno che tu di nome non faccia Edson nel 58 e Diego Armando nel 86. E terminata la generazioni dei Messi, Ronaldo (ultimo mondiale, per grazia divina!), Mbappè, Haaland, non resterà che brufolosi finti craque a caccia di contratti arabeggianti, storielle su Tik Tok, due palleggi e via, perché il mondiale si vince in questo modo, non è vero? Pia illusione. Ma soprattutto: vecchi miti che tramontano, nuove storie che nascono.