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Cultura
7 Ottobre

Alfonso Gatto, un poeta allo stadio

Andrea Mainente

5 articoli
Vita, calcio e ciclismo come un'unica testimonianza d'amore.

Su Rione Fornelle, a Salerno, spira un vento carico di salsedine. Arriva dal mare – come fanno i mostri, i barbari, le pestilenze – e si attacca tenace ai muri delle case. Scartavetra gli intonaci, ormai arresi da tempo, e riempie i polmoni di chi, seduto all’uscio della porta, strappa all’estate una boccata d’ombra. Un’altra, e poi un’altra ancora. Si respira elemosinando quel tanto di frescura che basta, in questo reticolo di viuzze dispiegate come le venature sulla scorza di un melone. Le urla dei guaglioni, le vecchie che spuntano dalle tende, le lenzuola lasciate ad asciugare sui terrazzi. Qualcuno direbbe che è un buon posto per farci nascere un poeta. E infatti è proprio da uno di questi balconi che il giovane Alfonso Gatto scrive i suoi primi versi.

«Ero malinconicissimo – racconterà – e mi misi alla finestra». 

È il 1928, il ragazzo non ha ancora vent’anni, ma per uno la cui poesia lieviterà al calore di questo sguardo essenziale, quell’affacciarsi-di-fuori ha la forza di un imprimatur. Lo si capisce prendendo in mano una qualsiasi foto che lo ritrae, non importa l’età: pare sempre che abbia il mare negli occhi, luminosi come scaglie di sole riflesse tra le onde. Intelligenti, malinconici, gli stessi immortalati dalla cinepresa di Pasolini ne Il Vangelo secondo Matteo, nel quale Gatto, amico di Pierpaolo, farà da comparsa. C’è più di una curiosa analogia tra i due, entrambi poeti ed entrambi esuli. Alfonso Gatto, infatti, che è destinato a diventare un maestro dell’ermetismo nostrano, lascia presto la Campania, indossando i panni del cantore itinerante e senza padroni: dapprima come antifascista convinto, in aperto conflitto col regime; poi da comunista dissidente e al di fuori del partito.

Vive a Napoli, Roma, Milano, Firenze – sempre in case provvisorie, in appartamenti minimali; fa il commesso di libreria, l’insegnante, il pittore, il giornalista. E ogni tanto la comparsa nei film, appunto. Nel ’64 interpreta l’apostolo Andrea, mentre nel ’68, in Teorema, diretto sempre da Pasolini, ha la parte del medico. Di certo avranno parlato di pallone, lui e quel filologo di cuoio di PPP: questi, un girovago fin dall’infanzia che tifa per il Bologna; l’altro, un salernitano sradicato con il cuore che batte per il Milan. Di fedi diverse, certo, ma abituati entrambi a tastare con la lingua il gusto che «sa di sale lo pane altrui», quando si vorrebbe solo un posto verso cui fare ritorno. Ma per alcuni sembra che il destino abbia deciso solo partite in trasferta (e amori, e lotte eccetera, ça va sans dire). 



Non si tratta solo di metafore. Ad un certo punto della vita di Gatto, girovagare di stadio in stadio diventa un modo per mantenersi. Lontano da Salerno, è chiaro, una volta assunto come cronista da qualche prestigiosa testata nazionale. Il primo a mettergli in mano un’Olivetti portatile è Pietro Ingrao, che lo manda a seguire la cronaca sportiva per «L’Unità». Forse solo noi, oggi, riusciamo a stupircene. Eppure in quegli anni i direttori di giornale non si fanno problemi ad assoldare firme di grande spessore letterario anche per parlare di performance atletiche – si pensi a Buzzati, Bianciardi e Pratolini; ed è un’Italia, quella, in cui la parola non è ancora stata sostituita dall’immagine.

Sembrerà forse un dettaglio, ma in un mondo che non ha ad ogni angolo una telecamera e in ogni salotto un televisore capaci di intrappolare a ripetizione un gesto, come una rete decisiva, quella rete non resta che immaginarla per com’è stata dipinta sulle colonne dei quotidiani. E così, per narrare le gesta di un concitato derby di provincia non basta l’abaco da fredde percentuali, men che meno il righello dei tatticismi e le sirene dello scandalo rosa. Al contrario, si capisce, ci si affida a chi cuce parole come grandi scenografie da palcoscenico. Libere, liberissime, tanto che lo stesso Gatto, parecchi anni più tardi, terrà a lungo una rubrica sul «Giornale» di Montanelli, che certo comunista non era, e che pure – a riprova dell’intelligenza d’entrambi – si guardava bene dal cestinare le prose raffinate del poeta di Forcelle. 

Alfonso, da parte sua, non tira indietro la mano. Egli rientra infatti in quella categoria d’intellettuali del nostro ‘900 che non temono d’interessarsi pubblicamente alle competizioni nazionalpopolari, di intingervi il calamaio, o meglio ancora, di farne una vera ritualità laica. Il pallino per lo sport nasce in lui fin dalla tenera età, un po’ per contrapposizione col padre, che di quella roba non voleva nemmeno sentirne parlare (figuriamoci praticarlo!), un po’ per la visione romantica in cui pallone e bicicletta sono gli emblemi di un mondo umile e folcloristico, capaci di fare da specchio alle più alte virtù e ai più squallidi vizi del Paese. 


Gatto, il cui cognome sa ora di scherzo e ora di profezia, da poeta assembla con eleganza felina delle strofe scarne, da maneggiare con cura. Un’eleganza che non lo abbandona nemmeno quando da commentare è il cross della domenica, o una volata al Giro d’Italia. Uno come lui trova ovunque stracci degni di lirismo, anche se seduto in tribuna stampa. Mentre ha per le mani un undici genoano, ad esempio. «Con tre dei suoi attaccanti si può scrivere un verso: Verdeal Rosignoli Della Torre. Non vedete un paesaggio con gli uccelli?». E poi, «sempre in fatto di nomi: Orlando, Spadavecchia, Spadoni, Brandimarte e Moro non sarebbero degni d’appartenere ad una squadra ariostesca?».

Diffidente verso l’ossessione per la moviola, nemico giurato di quel tifo qualunquista a cui non interessa nulla della bellezza, e che innalza i propri beniamini solo per poterli «liquidare alla prima caduta»; sarcastico nei confronti dei colleghi smaniosi di dare voti, i quali, dopo lunghi sproloqui,

«hanno ancora da additare gli ottimi, i buoni, gli insufficienti e i così-così, con l’aria di intenditori che assaggiano il vino con gli occhi e col naso, ma dopo averlo già bevuto».

Alfonso Gatto

Mai inutilmente retorico, mai pedante, al punto che nel leggerne gli articoli viene forse un dubbio, quello che si possa davvero parlare di giuoco – ché, in fondo, di questo si tratta – e farlo persino con le finezze della cosiddetta cultura alta, senza tuttavia annegare in un brodo di tecnicismi e, incedibile dictu, guardandosi bene dallo svuotare lo sport di quella sua componente epica e collettiva del racconto che ci fa immaginare un aedo e la sua gente attorno a un fuoco. Ecco allora che per la figura dell’atleta, e per quella dello sconfitto, che in lui spesso si sovrappongono, Gatto ha una predilezione naturale, quasi che la gara senza gli ultimi non avesse alcun interesse, come a dire: e quelli come noi, di chi prenderebbero le parti in un mondo perfetto? E ciò vale, ancor più che nel calcio, nel ciclismo, specchio delle più profonde vicende dell’uomo:

«Se vi chiedete perché uno scrittore o un poeta s’interessa al Tour, rispondetevi che il Tour è un grande fatto umano, le cui parole non sono mai dette a caso, mai avventate, ma serie e assolute, direi tracciate sillaba su sillaba nella resistenza di tutti i minuti, metro per metro di 4.282 chilometri di pianura e di montagna, nel solleone delle pianure e del mare o nel freddo celeste delle montagne».

Alfonso Gatto


Al pari del football, infatti, Alfonso segue e racconta anche le gloriose corse a tappe. Col paradosso però di non saper andare in bicicletta. Mentre si accoda lungo tutta la Penisola al carrozzone itinerante del Giro, la notiziola si diffonde tra gli addetti ai lavori, che non mancano di punzecchiarlo per quest’assurda fobia delle due ruote. Tra tutti, però, ce n’è uno che lo prende in simpatia e decide d’incoraggiarlo. Un giorno lo avvicina, e i due cominciano a chiacchierare a lungo, fino a che l’altro non si propone di insegnargli ad inforcare il telaio. A chiunque Gatto si sarebbe negato, ma si dà il caso che costui sia Fausto Coppi: impossibile sottrarsi a cotanto maestro. Il poeta prova allora a salire in sella, la quale però si trasforma presto in una giostra infernale da cui supplicare di scendere.

Così è il principio della bici: per mantenere un equilibrio sulle due ruote è necessario muoversi, non fermarsi mai; e così pure è stata la vita errabonda di Gatto, che alla ricerca di un equilibrio non poteva trattenersi a lungo in un punto, che non fosse quello di passaggio o quello della caduta. Gatto è troppo simile ad un ciclista lanciato verso chissà dove, per poter essere a suo agio su una Bianchi o su una Olympia. Gli astanti sul momento se ne fanno semplicemente beffe, non se ne accorgono nemmeno. A lui invece non resta che una chiosa di sarcasmo: «cadrò, cadrò sempre fino all’ultimo giorno della mia vita, ma sognando di volare». Ridicolo e goffo come l’albatro di Baudelaire, come se tra le grinfie di un cinico equipaggio, impossibilitato a librarsi verso l’alto, «per le ali di gigante» non riuscisse a pedalare. 



Quanto al calcio, la visione di Alfonso Gatto non è meno immaginifica, per quanto concreta, e al contempo anche dura, come lo può essere un duello tra eroi omerici lungo le spiagge di Troia:

«Io e voi, miei cari lettori, siamo degli impertinenti sognatori. Le partite di calcio col sole e il cielo azzurro ci piacciono fino a un certo punto o, confessiamolo, non ci piacciono affatto. Vogliamo il cielo grigio, la nebbia, il “tempo all’inglese”, come si dice. Quando c’è il fango noi siamo addirittura felici. A noi piace il gioco forte, deciso, che non è cattivo. […] Il campionato è un grande romanzo popolare a puntate».

Alfonso Gatto

L’elemento narrativo ed epico (e dunque anche poetico) è fondamentale. Eppure già allora questo ideale romanzo di popolo comincia a presentare delle evidenti fratture agli occhi dei più attenti. E così è sempre Gatto a scrivere che «nel disorientamento tecnico e organico delle nostre squadre, con le formazioni sempre rimaneggiate e sempre rabberciate a scopi sperimentali o per le fluttuanti condizioni di forma dei titolari che spesso si fanno onore di mostrare sul campo la loro indolenza e i propri capricci, ci si ricorda di questi piccoli e inediti calciatori all’ultimo momento, con tutti i milioni spesi e con tutti i blasoni di nomi italiani e stranieri». È pubblicato nel ’48, pare scritto oggi, come osservato da Gianni Mura. 

Questo piccolo mondo fragile e combattivo trova la sua salvezza, almeno nel poeta, nei campi di periferia. In primis per quelli della sua terra d’origine, e quindi per quelle squadre del Sud capaci ogni tanto di vittorie impossibili. Tra tutte, la sua Salernitana: «Io, in serie C, sono nato e cresciuto e pasciuto, come si dice, e non ho mai dubitato che, a parlare di noi laggiù, e della nostra squadra femmina e popolana, era l’Italia tutta che dalla provincia e dalle piccole città ancora ignote traeva, al meglio dei suoi frutti, il buon seme della speranza e dell’orgoglio».

Parimenti egli simpatizza di continuo per personaggi come Bernardini e Nereo Rocco, del quale critica il catenaccio – a suo dire simbolo dell’italica arte dell’arrangiarsi alla bell’e buona – ma di cui ammira l’inesauribile entusiasmo, fino a farne un genius loci di San Siro. Quando lavora in quel di Milano non sono poche le scherzose tenzoni col collega Vittorio Sereni, altro poeta, ma di sponda nerazzurra; mentre l’idolo incrollabile rimane Rivera, guardato come si guardano gli eroi dell’infanzia, quasi che non potessero invecchiare mai, col suo poster appeso nello studio della Capitale, come un nume tutelare atto a preservare il luogo e la sua potenza creativa. E lo si intenda letteralmente, poiché per Gatto non c’è poi molta differenza tra la sua arte e quella del secondo pallone d’oro italiano. 


In una lettera aperta, Alfonso si rivolge a Gianni coi toni che si devono ad un amico: «Caro Rivera, […] I poeti che amano il calcio, poi, io tra questi, da mettere in dubbio forse per i loro versi e mai per la loro fede nell’alata poesia dei campi verdi, sono ancora più ostinati nel credere che la purezza invano cercata nella vita sia nelle mani di pochi ragazzi che costruiscono il mondo con il gioco e con il genio dell’innocenza. I ragazzi si fanno grandi, adulti, ma restano in quell’immagine che li vide correre e salvarsi, con le proprie braccia, con la propria levata di testa, con il proprio tiro giusto, dal peso che voleva legarli alla terra, alla meschina prudenza ed al calcolo degli interessi che non ci fanno onore. Lei, Rivera, è stato, almeno per me, il più grande di questi liberatori, e lo è e lo sarà sempre, sino al punto da non voler mai permettere che si dubiti sul nome suo e sul suo diritto a valere e a farsi valere». Ecco perché

«il calcio è come la poesia, un gioco che vale la vita. Voglio dirglielo: anche il poeta ha il proprio campo verde ove parole, colori e suoni vanno verso l’esito felice. Fa anche lui il gol o lo lascia fare, dando spazio alle ali, al lettore che gli cammina al fianco e che entra in porta con lui, nella felicità di avere colpito il segno».

Alfonso Gatto

Che sia vero lo speriamo tutti, noi che abbiamo sognato di alzare una coppa sotto il cielo di Wembley, o di sparire in fuga sullo Stelvio. E che abbiamo scritto versi tra i banchi del liceo, e magari ne scriviamo ancora oggi, conservandoli gelosamente nel segreto di qualche cassetto. Per Alfonso Gatto, possiamo dirlo, è stato davvero così. E anche la sua morte pare un suggello che ce lo conferma. Se ne va nel 1976, in un incidente d’auto, nella velocità e nella tragedia di un volo, che – ironia della sorte – aveva sognato nella sua incapacità di andare sulla bici. In quello slancio onirico rimane allora sospeso, eterno come un attimo. Tocca a Montale scriverne l’epitaffio, inciso sulla sua tomba di Salerno:

Ad Alfonso Gatto

per cui vita e poesie

furono un’unica testimonianza d’amore. 

Eugenio Montale

E così è stato anche per il ciclismo e per il pallone, un tutt’uno d’amore, che come il calciatore anche il poeta mette a segno per grazia ricevuta: «dando spazio alle ali, al lettore che gli cammina al fianco e che entra in porta con lui». 

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