Pochi possono vantare di aver contribuito allo sviluppo del calcio italiano, dentro e fuori dal campo, tanto quanto Fulvio Bernardini. Calciatore, allenatore, giornalista e dirigente: definito “garibaldino” per lo spirito e la capacità di riunire l’Italia da Sud a Nord all’insegna del bel gioco, così come Dottore per la determinazione nell’insegnare calcio, la sua carriera rappresenta un autentico orientamento esistenziale per chiunque ami questo sport.

 

 

Venuto al mondo nella capitale il 28 gennaio 1905, ma registrato all’anagrafe soltanto tre giorni dopo, è battezzato come numero 1 dell’Esquilino, squadra dell’omonimo quartiere. Passato poi all’Alberata di Villa Borghese, si mette in luce nell’Exquilia, formazione parrocchiale del natio Rione Monti. A quattordici anni deve lasciare l’antica Suburra per accasarsi alla Società Podistica Lazio, fondata quasi vent’anni prima, dove si afferma velocemente. L’esordio con la prima squadra avviene sul campo casalingo dello Stadio della Rondinella, proprio contro il fratello maggiore Vittorio, che veste la maglia dell’Exquilia.

 

 

Qualche partita, dopo ecco la svolta: durante una sfida contro la Fortitudo, una delle tre progenitrici della futura ASR, viene travolto e perde i sensi. Dopo essere stato rianimato da un salvifico bicchiere di cognac, decide di abbandonare la maglia gialla da portiere; per accontentare le apprensive sorelle, ma soprattutto per sfogare l’indole di essere al centro dell’azione. Così, nella stagione ’22/23, lo vediamo giostrare tra l’attacco e la mediana. La nuova posizione di centromediano porta copiosi frutti al gioco della Lazio, che vince il girone meridionale di Prima Categoria e si arrende soltanto al Genoa, nella finale nazionale.

 

 

Nella rappresentativa Centro-Sud alla destra di Sclavi e Ferraris IV (da fulviobernardini.it)

 

 

La visione di gioco ed un mancino sublime portano Fuffo nel giro degli Azzurri, dopo essere già passato dalla rappresentativa “Centro-Sud”. Nel marzo del ’25 l’allenatore Carlo Rangone lo fa esordire negli undici, in occasione di un’amichevole contro la Francia, travolta per 7-0 sul campo di Corso Marsiglia a Torino. Oltre alla giovane età, il talento romano stupisce per essere il primo giocatore del girone meridionale a partire titolare in Nazionale maggiore, record che assume una particolare valenza in un’epoca in cui gli atleti del girone Nord monopolizzavano le convocazioni.

 

 

Successivamente prenderà parte alla spedizione olimpica di Amsterdam 1928, dove l’Italia di De Prà, Rosetta, Caligaris, Levratto e Schiavio conquista il bronzo. Inoltre, con la fascia di capitano al braccio, condurrà le maglie nere della selezione goliardica a tre vittorie nei mondiali di categoria a Roma nel ’27, a Parigi nel ’28 e a Darmstadt nel ’30. Nell’edizione francese si permetterà anche di rifilare due schiaffoni, a nome di tutta la squadra, all’arbitro francese Feron, reo di aver invalidato tre reti regolari, costringendo l’Italia al pari contro la Cecoslovacchia.

 

 

Tornando al 1926, Bernardini è considerato universalmente l’astro nascente del pallone nostrano, tanto da aver già suscitato la bramosia delle compagini del Settentrione. Tuttavia, stimato dal trainer Guido Baccani e massimo catalizzatore del gioco laziale, Fuffo non ha intenzione di lasciare la sponda biancoceleste dell’Urbe. All’epilogo di una stagione particolarmente sofferta però, quando viene a sapere che tutti i titolari percepiscono un rimborso sottobanco tranne lui, i rapporti con i vertici societari si incrinano irrimediabilmente.

 

Bernardini con la Nazionale Maggiore (da fulviobernardini.it)

 

 

 

Nonostante questa sia una prassi diffusa ormai in tutta Italia per aggirare il dilettantismo, Fulvio non può accettare il sotterfugio, lui che ha sempre rifiutato qualsiasi rimborso e lavora in banca, considerando il calcio un passatempo amatoriale. Nel frattempo, a fine maggio la Gazzetta dello Sport rivela il serio interessamento da parte dell’Inter, alimentando la tensione tra le parti. Dopo l’ennesimo litigio con il presidente Bitetti, sulle pagine del Littoriale viene ufficializzata la dolorosa separazione.

 

Durante le due stagioni trascorse ai piedi della Madonnina, Bernardini conosce una delle menti più fervide dell’universo del football europeo, ovvero l’ungherese Arpad Weisz, che decide di valorizzarne la vena realizzativa schierandolo centrattacco.

 

Gli almanacchi raccontano che il tecnico magiaro poté fregiarsi anche di aver dato spazio in prima squadra al diciassettenne Peppin Meazza, notato da Fuffo in persona durante una partitella tra ragazzini nella periferia meneghina. In seguito all’inserimento del futuro Balilla tra i titolari, Bernardini è arretrato a mezzala sinistra, un allontanamento dalla porta avversaria che tuttavia non pregiudica il suo rapporto con il gol.

 

 

Infatti, nei due campionati disputati con il Biscione, egli si iscrive nel tabellino dei marcatori per 25 volte in 68 presenze. In più si toglie la particolare soddisfazione di conseguire la laurea in Scienze Economiche all’Università Bocconi, completando così il percorso accademico iniziato con il diploma di Ragioneria, ottenuto all’Istituto Leonardo da Vinci di Roma, e guadagnandosi il titolo di Dottore. Un encomio che, di lì a qualche anno, sarà confermato dalla sua maestria in panchina.

 

Nell’estate del 1928, al suo orizzonte si staglia di nuovo l’ineguagliabile profilo della Città Eterna, questa volta ammantato di tinte giallorosse.

 

Il 2 agosto 1926 la Federazione aveva stilato la Carta di Viareggio, con cui si riorganizzava il movimento calcistico ed introduceva il girone unico per la massima serie, al tempo stesso legalizzando il professionismo e limitando il numero di stranieri impiegabili. Quindi il conseguente rimpasto per definire le società che potevano iscriversi alla Divisione Nazionale portava a numerose fusioni tra compagini della stessa città, come Firenze, Napoli e proprio la capitale. Qui, mentre la Lazio è ripescata, la sintesi del trittico di club FBC Roman, Fortitudo Pro Roma e Alba Audace genera l’odierna ASR nel luglio del 1927.

 

Nella Roma di Campo Testaccio (da fulviobernardini.it)

 

 

Fuffo Nostro approda sulla sponda giallorossa del Tevere nel 1928, vestendone i colori per undici stagioni. Le 303 presenze non recano trofei al suo palmares, ma lo rendono uno degli idoli del tifo romanista. Qui, insieme al capostipite dei capitani della Lupa, Attilio Ferraris IV, alla genia di giocatori di sangue romano e agli “stranieri” come il fiumano “Sciabolone” Volk e l’oriundo Guaita, scrive le pagine del mito di Campo Testaccio.

 

 

Già trascinatore per talento e spirito, con la maglia rossa bordata d’oro è ribattezzato “Garibaldi” del popolare rione, dove la squadra allestita del munifico presidente Sacerdoti difficilmente si arrende agli ospiti. Dagli spalti di legno, decorati con i colori sociali del club, si alza spesso l’inno che fa

 

“…Cor gran Fulvio Bernardini che dà scola all’argentini”

 

Questa rima, oltre a celebrare la sua raffinatezza tecnica, sottintende un provocatorio riferimento alla Juventus degli oriundi albicelesti, Monti, Cesarini ed Orsi, che però nel quinquennio 1930-35 cala una cinquina tricolore. Se la Zebra è il principale nemico fuori dalle mura dell’Urbe, ovviamente la partita con Lazio presenta la “P” maiuscola sui calendari. Nelle stracittadine i giocatori sfogano ansia, paura, grinta e voglia di vincere: gli stessi sentimenti divampano ancora più vividi nell’animo di Fuffo, che non può dimenticare il travagliato addio dalla società biancoceleste.

 

 

In campo e sulle gradinate spesso il nervosismo si esaspera e gli incontri si concludono con risse furibonde. Emblematici i momenti che seguono il triplice fischio del derby del febbraio ’37, che portano alla squalifica dei rispettivi capitani, Piola e Bernardini. Quest’ultimo prima aveva condiviso la fascia con l’amico “Tilio” Ferraris, che lo aveva investito con la celebre frase “A Fu’ tu sei er mejio: er capitano fallo tu…”, poi ne aveva raccolto il testimone nel ’34, dopo il passaggio proprio ai cugini della SSL.

 

L’ abbraccio con i compagni dopo un 5-0 inferto alla Juventus (da fulviobernardini.it)

 

 

Bisogna ammettere che il carattere sanguigno di Fuffo non rimaneva confinato sul rettangolo verde. Infatti un giorno, rimasto soffocato dal già tentacolare traffico della capitale, sorpassa sulla destra una berlina blu particolarmente impacciata, sfoderando poi le corna dal finestrino. L’indomani la polizia si presenta alla sua porta per ritirargli la patente: l’automobile destinataria del gestaccio stava portando Mussolini in persona ad un incontro con l’ambasciatore francese.

 

 

Per organizzare la “constatazione amichevole”, deve intervenire il compagno Eraldo Monzeglio, terzino azzurro bi-campione del mondo con gli Azzurri e maestro di tennis dei figli del Capo del Governo: a Villa Torlonia, S.E. ed il capitano della Roma incrociano le racchette, con il secondo che risulta sconfitto. Quando gli chiedono un commento sul rovescio dell’avversario, ribatte:

 

“Il rovescio? E che so’ scemo a tirargli sul rovescio?”

 

Ritornando all’esperienza con la Nazionale, nonostante le prestazioni in giallorosso siano sempre brillanti e Fuffo sia considerato uno degli elementi più validi del campionato, viene escluso gradualmente dalle convocazioni, con l’avvento di Carlo Carcano prima e poi con il Commissario Unico Vittorio Pozzo. Si racconta che l’allenatore torinese avrebbe voluto spostarlo sulla sinistra della mediana, ma dopo il suo netto rifiuto, sarebbe nato un acceso diverbio. Questa differenza di vedute, in aggiunta all’ostracismo da parte del blocco juventino, porterà al definitivo depennamento dalla lista dei selezionati per la Coppa Rimet del 34′.

 

 

All’epilogo della stagione 1938/39 arriva invece l’inaspettato svincolo da parte della Roma: costretto ad appendere gli scarpini al chiodo, almeno temporaneamente, si dedica con successo alla carriera di giornalista, esordendo sulle pagine del settimanale satirico Il Travaso delle Idee e del quotidiano La Tribuna. Per la seconda testata segue dal vivo l’amichevole Italia-Inghilterra, disputata sul manto di San Siro nel maggio del ’39; un evento che segna profondamente la sua concezione del gioco, rendendolo un sistemista convinto. Nella cronaca, riportata anche nell’opera autobiografica Dieci anni con la Nazionale del ’46, scrive:

 

“La gara di San Siro credo che non fuggirà più dalla mia mente, e dinanzi agli occhi, ben vivo, avrò sempre lo spettacolo originale, nuovo per me, del giuoco albionico. Le emozioni calcistiche più intense, della mia carriera quasi ventennale, le ho provate sabato, da spettatore, nello stadio dei settantamila. […]. Un unico rimpianto, quello di aver gettato via i miei vent’anni di attività, senza aver mai capito chiaramente come si deve giuocare al foot-ball”.

Fulvio Bernardini e Giuseppe Meazza.

 

 

Il modello dei britannici esalta la collettività e lo spinge ad un’autentica abiura, rinnegando la precedente convinzione secondo cui il centromediano rappresentava il massimo fulcro delle trame di una formazione. Negli anni a seguire, per conto della FIGC stila il manuale tecnico del WM, i cui punti focali risultano il controllo tattico dell’avversario, linee di passaggio verticali ed orizzontali, equa ridistribuzione dei compiti e la capacità dei calciatori di svolgere entrambe le fasi. Al rientro dalle vacanze estive, arriva a Fulvio l’offerta per intraprendere l’ennesima avventura: la sezione calcistica del Dopolavoro della Motori Alimentatori Trasformatori Elettrici Roma, produttrice di apparecchi per tram, gli offre la possibilità di ripartire dalla terza serie.

 

“Voglio chiudere da dilettante il ciclo che iniziai per solo diletto”.

 

Così si spiega Bernardini, accingendosi a vestire la maglia rossa bordata di verde. In partita rappresenta l’elemento a tutto campo dell’undici del mister Migliorini, che poi affianca durante gli allenamenti del Motovelodromo Appio, sito nella zona dei Cessati Spiriti. La M.A.T.E.R, assecondando la visione di Fuffo, sperimenta il modello sistemista in varie circostanze e nel campionato ’40/41 conquista la promozione in cadetteria. Negli anni di di guerra, il pallone rimbalza nei tornei cittadini, che offrono a Bernardini l’opportunità di affrontare i vecchi amici di Roma e Lazio.

 

 

Nel gennaio del 1945, dopo quasi tre decenni di carriera, giunge anche per lui il congedo dal calcio giocato, questa volta definitivo. Inimmaginabile però per un simile personaggio, che respira, mangia ed immagina pallone, restare lontano dal rettangolo verde: quando nel giugno 1949 il presidente della Roma, l’esponente DC Carlo Restagno, gli offre la guida della prima squadra, il “Dottore” non può rifiutare e lascia l’incarico di caporedattore dei “servizi calcio” per il Corriere dello Sport.

 

 

 


Giallorossa e amaranto: le prime panchine 


 

L’ambizione è quella di allestire un organico in grado di competere per la conquista del secondo tricolore, dopo che soltanto la malasorte ha potuto spezzare il dominio del Grande Torino. In particolare il progetto tecnico prevede che tutte le formazioni, a partire dai giovanissimi, applichino il sistema, abbracciando una filosofia inedita per l’epoca. Tuttavia, nonostante la dedizione del mister, debilitato anche da una pericolosa setticemia, l’undici giallorosso arranca.

 

 

Ad esclusione dei successi interni contro il Milan “Gre-No-Li” e la Vecchia Signora, prossima a laurearsi vincitrice del campionato italiano, fino alla fine la Roma si trova invischiata nella lotta per non retrocedere, da cui emerge soltanto grazie alla (presunta) benevolenza di alcune giacchette nere.

 

Da una rivista d’epoca, l’immagine fresca e accattivante di una giovane tifosa (da fulviobernardini.it)

 

 

La fortunosa salvezza alimenta una scia di polemiche che porta all’inevitabile compromissione della fiducia tra i vertici societari e l’allenatore che, amareggiato dagli uomini prima ancora che dai risultati, si dimette a tre giornate dal termine del campionato. Nel novembre 1950, alla scrivania della redazione del CdS, con cui ha ripreso la collaborazione, arriva la richiesta di un consulto tecnico da parte dell’avvocato Antonio Chindamo, patron dell’Associazione Calcio Reggina.

 

 

Preparate le valigie, si trasferisce sullo Stretto, dove gli Amaranto cullano il sogno di un ritorno in cadetteria. Dopo aver affiancato il mister Italo Zamberleti, Bernardini prende le redini della squadra, che sembra beneficiare dell’avvicendamento in panchina. Purtroppo a metà marzo, il presidente dichiara la bancarotta e si dimette, abbandonando a sé stessa la società, mentre sul campo matura il dodicesimo piazzamento.

 

 

 


Vicenza e Firenze


 

Dopo il rientro nella Capitale, Fulvio si trasferisce con la moglie Ines e la primogenita Mariolina sul Brenta, dove ha firmato un accordo triennale. Infatti i Berici vogliono celebrare il cinquantenario con la riconquista della massima serie e, nei piani del patron Silvio Griggio, Bernardini è l’uomo giusto. L’entusiasmo è il propulsore del buon avvio, che però si esaurisce al giro di boa del campionato. La formazione non riesce a concretizzare il gioco del WM, come testimonia il decimo posto finale.

 

A metà dell’annata seguente, il Vicenza non ingrana e Bernardini decide di scendere lungo lo Stivale, stabilendosi sull’ansa di un altro fiume, questa volta l’Arno.

 

Al suo arrivo, la Viola dell’imprenditore pratese Enrico Befani è penultima, ma poi risale fino alla settima piazza, grazie ad un sistema edulcorato con prudenti accorgimenti dal catenaccio. Per la stagione ’53/54 Bernardini plasma la formazione già durante l’inedito ritiro estivo trascorso in Svizzera e la partenza è ottima, favorita dal perfetto sincronismo tra i reparti di difesa e centrocampo. Secondo il tabellone finale, la Fiorentina vanta la miglior retroguardia della Serie A, che però non è bastata ad andare oltre il quinto posto.

 

 

 


L’epopea con i Viola


 

Al ritorno dal viaggio in Brasile, Fuffo si presenta con i due funamboli che accenderanno la vena offensiva del Giglio: l’ala destra Julio Botelho “Julinho” e l’oriundo argentino Miguel Angel Montuori. Al di là degli assi sudamericani però, è di nuovo il reparto arretrato a fare le fortune dei Viola. Grazie a Chiappella mediano destro che arretra sulla linea dei terzini, il numero 2 Magnini che si impegna in marcatura e Rosetta che si “sgancia” come libero, in aggiunta a Cervato e Segato, il portiere Giuliano Sarti può dormire sonni tranquilli tra i pali.

 

Per quanto Bernardini non si reputi un “tattico”, schernendosi, si inventa Prini “finta ala sinistra” che, accentrandosi, permette a Montuori di avanzare al fianco del centravanti Virgili, con Julinho a sostegno di entrambi.

 

La stagione è un tripudio: le sole venti reti subite ed un’unica sconfitta portano il primo scudetto all’ombra del David, con ben cinque giornate d’anticipo. L’annata successiva il Milan campione precede di sei punti, ma è in l’Europa che si sfiora l’impresa: nella seconda edizione della Coppa Edizioni, l’ACF supera gli svedesi del Norrkoeping, il Grasshoppers e la Stella Rossa, guadagnandosi l’ultimo atto contro il Real Madrid, al Santiago Bernabeu. Qui la Fiorentina tiene testa ai Blancos, poi si arrende soltanto ai colpi della Saeta Rubia (Di Stefano) e Gento, tra il 69′ ed il 76′.

 

I campioni d’Italia della Fiorentina.

 

 

Nella primavera del ’58, mentre la squadra si avvia al secondo posto dietro la Juventus della stella, Bernardini si allontana per l’ennesimo ritorno a Roma, questa volta nel tentativo di riappacificarsi con l’ambiente biancoceleste. L’organico va ricostruito e le casse sono vuote, tanto che il talento scandinavo Selmosson è ceduto proprio ai cugini. Eppure la Coppa Italia offre subito l’occasione di infondere nuovo entusiasmo.

 

La Lazio sfrutta l’assenza dei nazionali delle avversarie, impegnati ai Mondiali di Svezia, e si cuce la prima coccarda tricolore sul petto, superando anche la Roma nel primo derby disputato in notturna.

 

Quelli che sembrano i prodromi di un ciclo favorevole, in realtà rappresentano le uniche gioie di una stagione al di sotto delle aspettative. I giornali parlano di “Lazietta”, il gioco espresso è definito “pedagogico” e lo stesso Bernardini è ribattezzato “Dottor Pedata” da Brera, con cui aveva anche collaborato alla Rosea anni addietro. Durante l’estate, rifiuta l’invito della FIGC che lo vuole alla guida degli Azzurri per rimanere ancora vicino alla Lazio, i cui vertici però lo scaricano prima che possa mangiare il panettone.

 

La Lazio di Bernardini vincitrice della Coppa Italia nel ’58.

 

 


Il paradiso a Bologna


 

Adesso, il lettore permetta di proferire la celebre frase “si chiude una porta, si apre un portone”, quando nella primavera del 1961 Renato Dall’Ara gli affida la rinascita dei rossoblu. L’istrionico patron avrebbe preferito un allenatore più votato al catenaccio, come Gipo Viani o Nereo Rocco, eppure decide comunque di affidarsi al “Profeta del WM”. D’altronde i fasti dei Veltri negli anni trenta sono ormai sbiaditi, ed i felsinei hanno bisogno di un autentico visionario per insediare il primato delle metropoli. Caratterialmente i due non legheranno mai, ma le lacrime versate da Bernardini di fronte alla vedova del presidente, al rientro dallo spareggio di Roma, riveleranno quale fosse la vera essenza del loro rapporto.

 

«Quell’uomo lì, quasi quasi lo odio! Mai che venga a far visita, mai che mi racconti chi farà giocare domenica, mai che mi metta in squadra Vinicio e Nielsen, per la miseria! E poi il suo calcio poetico del cavolo…io voglio il catenaccio metropolitano, altroché i suoi fioretti di San Francesco!»

 

«Se vuole un tattico, si prenda Rocco e non rompa…se vuole un servo che vada a giocare a briscola nel suo ufficio, si prenda una delle sue segretarie! E poi Vinicio e Nielsen insieme non li faccio giocare, perché non mi va.. punto e basta!»

 

Questo è un tipico scambio di battute (a distanza) tra presidente e mister, esternazione di un sentimento di odi et amo che cela però una sincera stima reciproca. Ed i risultati daranno ragione ad entrambi: la Coppa Mitropa testimonia la buona semina, mentre il bel gioco espresso nell’annata seguente fa ben sperare gli appassionati bolognesi. Quando il BFC rifila sette gol al Modena in un “Derby della secchia rapita”, Bernardini rilascia ai posteri un’esclamazione che ancora oggi fa sospirare sotto i portici:

“Così si gioca solo in Paradiso!”

Nel ’63/64 la retroguardia composta da Janich, Furlanis, Tumburus e Pavinato si registra definitivamente con l’acquisto del portiere William Negri dal Mantova, mentre l’arretramento di Bulgarelli a copertura di Haller e Fogli rinforza una mediana di piedi finissimi. La compattezza della fase difensiva esalta le ali Perani e Pascutti, che riforniscono il centrattacco danese Nielsen, capocannoniere finale.

 

 

La formula tattica sembra perfetta, il Bologna decolla e nemmeno la congiura del doping, che esplode a marzo e colpisce direttamente l’allenatore, sembra fermarlo. Al termine dello spareggio contro l’Inter, il Dottore è portato in trionfo sul prato dell’Olimpico dai suoi ragazzi. L’intuizione di schierare il terzino Capra come ala, al posto dell’indisponibile Pascutti, si è rivelata decisiva nell’annullare Mario Corso, esterno fondamentale nello scacchiere di Herrera.

 

Fulvio Bernardini

Fulvio Bernardini con Nielsen e Haller

 

 


Il blucerchiato e l’azzurro


 

Si potrebbe urlare al miracolo per il secondo scudetto sottratto all’asse Milano-Torino, se non fosse palese la mano di un uomo animato da genio innovatore ed immensa passione per il gioco. Il ciclo di vittorie che sembra così inaugurato purtroppo non riserva altre gioie ai rossoblu, e già nell’ottobre del ’65 Bernardini si accasa alla Sampdoria.

 

 

La prima missione è condivisa con il mister Baldini, ma non evita la retrocessione ai blucerchiati. Tuttavia è pronta la risalita in massima serie, dove il Baciccia si assesta sotto la sua guida fino all’estate del ’71, momento dei saluti. Finalmente, nell’agosto del 1974 Bernardini decide di cimentarsi nella ricostruzione di una Nazionale reduce dai grami Mondiali di Germania: il gruppo deve essere ringiovanito, così viene visionato e coinvolto un gran numero di atleti, mentre si deve fare dolorosamente a meno di Rivera e Mazzola.

 

 

Il processo di rifondazione da lui intrapreso è tutt’altro che banale ed immediato, ma viene presto preso di mira dalla stampa, che giudica il suo apporto meramente sulla base dei risultati. Appena un anno dopo il suo insediamento, il Dottore è costretto a fare un passo indietro in favore del vice Bearzot, già guida della selezione under-23. Rimane in Nazionale come direttore tecnico fino al 1977, quando si dimette e riprende la penna di cronista, di fatto mai abbandonata durante l’infinita carriera di campo.

 

 

Altro prezioso contributo alla causa del nostro calcio, Bernardini lo aveva offerto come primo presidente dell’Associazione Italiana Allenatori di Calcio, fondata nel 1966, tramite cui si è prodigato per ottenere il riconoscimento ed una maggior tutela professionale per il ruolo di tecnico di calcio. Così, ai primi del gennaio 1984, il pallone tricolore ha indossato il lutto per un personaggio che ha saputo dedicargli l’intera esistenza tra campo, panchina e scrivania.

 

“Prima si insegna a giocare a calcio e poi si vincono gli scudetti: ma poi”.

 

È la dichiarazione d’intenti con cui Bernardini ha riassunto la sua concezione del ruolo di insegnante di calcio. Una lezione che, in aggiunta alla viscerale passione, al genio visionario ed al coraggio di sostenere le proprie convinzioni, rappresenta il lascito più prezioso tramandatoci dal Dottore.

 

 


Bibliografia

Angeli e diavoli rossoblu, il Bologna nei racconti dei suoi campioni di F. Calzia e F. Caremani (Bradipo Libri, 2003);

Bologna, un secolo d’amore di G. Marchesini (Marchesini Editore, 2009);

 

Sitografia

    fulviobernardini.it