Ritratti
15 Luglio 2022

Andrea Carnevale, condannato alla libertà

Redenzione, condanna e redenzione.

Non sappiamo e auspicabilmente non sapremo mai cosa scattò nella mente di Gaetano Carnevale, ex manovale delle Ferrovie dello Stato residente a Monte San Biagio, quando un giorno del 1974 uccise con tre colpi d’ascia ben assestati sua moglie Filomena, intenta a lavare i panni nel fiume che sfocia nel lago di Fondi. Rientrò a casa, infilò l’abito buono, prelevò i pochi risparmi dal suo libretto bancario e andò a costituirsi. Per lui si aprirono le porte del manicomio giudiziario di Aversa, dove si tolse la vita qualche anno dopo. Il paesino laziale, seimila anime, è sotto shock. I sette figli, quattro femmine e tre maschi, non fanno eccezione. Tra loro c’è Andrea, tredici anni e una gran passione per il calcio. Non capisce subito cos’è successo, la famiglia non vuole spiegarglielo, è sua sorella Giuseppina a rendergli chiara la panoramica del dramma. Molti anni dopo ricostruirà così la sua reazione:

“Ho costruito un muro per proteggermi, chiudendo il dolore in una cassaforte. Sono un capricorno, sono uno tosto. Fissavo obiettivi e lottavo per centrarli. Da calciatore quando scendevo in campo pensavo solo a vincere, lasciavo fuori da quella sfera i problemi personali. Avevo fame di arrivare, volevo cambiare la mia vita. Niente poteva fermarmi”.

Andrea Carnevale

Queste parole, se sul lato sportivo daranno i loro frutti, sul piano umano rivelano una certa difficoltà a venire a patti con la sofferenza e il dolore, caratteristica che sarà destinato a pagare caro. Ma è giovanissimo, e il tempo per riflettere su sé stesso, dato anche il contesto familiare, è un lusso che non si può permettere. S’impegna molto sul campo da calcio, di meno a scuola. Molla al quarto anno di ragioneria, troppo calcio e troppo pochi denari. Fa di tutto: muratore, garzone in una salumeria, aiuto-falegname. Di mattina presto in bottega o in cantiere, di sera sul campo da calcio. La storia sembra quella di migliaia di altri giovani sottoproletari del sud.



Quando rincasa le sorelle, forse invidiose della speranza nutrita dalla sua passione, gli urlano rabbiose: «ma ancora dietro al pallone stai? Perché non la pianti e inizi a lavorare sul serio?». Andrea però replica sicuro: «Farò il calciatore, tranquilla. Un giorno diventerò famoso». È un giocatore dalla tecnica normale, però dalla sua ha una corsa veloce e resistente, un  gran fisico, fiuto del gol e soprattutto un’immensa caparbietà. A 17 anni gonfia le reti dei polverosi campi di seconda categoria con addosso la maglia del Fondi. I suoi gol valgono la promozione, e su di lui mette gli occhi il Latina, serie C1.

“MA TU LO SAI CHI GIOCA A NAPOLI?”.

Si trasferisce, il bottino sarà di 24 partite e tre reti condite da una retrocessione. Nulla di che, eppure il suo talento grezzo non sfugge a un paio di occhietti attenti e furbi, che lo notano da oltre duecento chilometri a sud. Sono gli occhi di Pierpaolo Marino, un giovane dirigente traffichino e competente in forza all’Avellino. I due avranno modo di intrecciare i loro destini per i quarant’anni a venire. A 19 anni Andrea finisce in serie A. Ma per uno che fino a poco più di un anno  prima giocava in seconda categoria, quello è un altro sport. Non è pronto, e dopo due stagioni in Irpinia con scampoli di partita e un solo gol, è tempo di andare a Reggio Emilia, serie B.

Una scelta azzeccata, in due anni il bottino sarà di 77 presenze e 20 gol. Dopo un breve passaggio a Cagliari, nel mercato di riparazione autunnale bussa nuovamente la serie A, direzione Catania. Il compianto Gianni Di Marzio in panchina e tale Claudio Ranieri a guidare la difesa non evitano la retrocessione. Carnevale però nelle sue 23 presenze si toglie lo sfizio di segnare il gol dell’ex agli irpini e a violare le porte delle due romane, come a lasciar intuire che sono proprio i momenti più difficili a stimolarlo di più. Anche stavolta viene notato.

A volerlo è l’Udinese di Zico, De Agostini, Miano, Mauro, Gerolin, allenata da Luís Vinício, che lo aveva avuto all’Avellino tre anni prima. È la svolta della sua carriera. Andrea ancora non lo sa, ma quello con Udine è un altro legame destinato a durare per tutta la vita. Il clima friulano ha da sempre influssi benefici sui campioni, e a ventidue anni arriva la definitiva maturità calcistica. La prima stagione sarà il miglior marcatore friulano con otto reti, la seconda saranno tredici. Ventitré gol in due anni, nel calcio italiano degli anni ’80 colmo di campioni, non passano inosservate. Il telefono squilla, è un’altra telefonata dalla Campania, è di nuovo la voce di Marino, ora al Napoli. C’è anche la concorrenza della Roma ma Andrea è laziale, subisce tremendamente il fascino dell’Urbe, non vuole sentire ragioni. Marino insiste e trova l’accordo con l’Udinese.

Andrea non è ancora convinto. Persino Mazza, il presidente dei friulani, è incredulo: «Ma tu lo sai chi gioca a Napoli?». Dopo una notte di rimuginazioni, arriva il sofferto ok. Napoli sia.

Fa sorridere pensare che uno dei maggiori contribuenti alle glorie partenopee giunse all’ombra del Vesuvio pieno di dubbi. Ma vennero fugati presto. L’affinità con Diego, solo un anno più grande di lui, è immediata e totale. Sul campo Andrea recita ben volentieri la parte dello scudiero. Fuori dal campo diventa subito uno dei più fidati compagni di scorribande del Pibe. Tra lui e Maradona è amicizia vera, che durerà sino alla morte del Diez. Loro due, assieme a Giordano, sono una macchina da gol letale e divertente. Il campionato è una marcia trionfale.


10 Maggio 1987. Si scrive Napoli-Fiorentina, si legge storia. Al 29’ del primo tempo Diego serve Carnevale, che dopo un rapido scambio al limite dell’area con Giordano, scarica il pallone in fondo alla porta. È il gol scudetto. Napoli è in delirio, e l’Italia troppo incredula per il primo trionfo del sud per accorgersi del primo gol in serie A di un giovane trequartista veneto martoriato dagli infortuni, tale Roberto Baggio, che in quella partita fissa il risultato sull’1-1 con una punizione beffarda.

È l’inizio della gloria. Sembra la solita storia strappalacrime a base di riscatto, volontà, umiltà e determinazione. Ma nella vita di Carnevale non c’è tempo per annoiarsi. L’anno dopo a Napoli sbarca Careca e perde il posto da titolare, solo due i gol segnati. Il Napoli si mangia lo scudetto per la gioia del Milan. Il clima è pesante, nello spogliatoio tira aria di ammutinamento contro l’allenatore Bianchi. Vengono fatti fuori Giordano, Bagni e Garella. Carnevale, seppur fronte attivo della fronda, rimane. Il sospetto che c’entri anche il legame preferenziale con Maradona è autorevole, perché la stagione seguente torna titolare, per fortuna sua e del Napoli. 

IL NOSTRO PODCAST CON BRUNO GIORDANO

Segnerà 13 reti in campionato, il suo record in A, ma soprattutto ne farà tre in Coppa Uefa, tutti decisivi. Ai quarti contro la Juve a lui il compito di pareggiare i conti, sempre a lui la gloria del 2-0 al Bayern in semifinale. La finale con lo Stoccarda certifica la supremazia partenopea. Il Regno delle Due Sicilie conquista l’Europa. Ormai quel Napoli è un fenomeno sociale più che sportivo, i protagonisti di quella banda corsara sono del tutto in sintonia con lo spirito della città. L’Europa parla napoletano. Il vascello neo borbonico riparte, e nemmeno il cambio di timoniere, Bigon al posto di un esausto Bianchi, nega il secondo scudetto nel ’90, arraffato con uno speronamento al Milan, al quale Carnevale contribuisce da protagonista indiscusso. È l’apice.

La felicità è incalcolabile, ma il momento esige egualmente delle valutazioni. I tempi stanno cambiando, a Napoli s’intravedono le prime avvisaglie della fine di un’epopea. Lui inoltre non è più un ragazzino, trent’anni sono un età critica, per un calciatore di quell’epoca segnano l’inizio del prepensionamento. Arriva l’offerta della Roma e stavolta, pur col cuore gonfio di una tristezza destinata a diventare eterna nostalgia, si fa. Avrà la sua occasione di imporsi nella Capitale come intima rivalsa sociale, ma ancora non sa che Roma gli porterà ulteriori sventure, non solo calcistiche. Cala così il sipario su 153 partite, 46 gol, su quattro anni irripetibili e magici.

IL DOPING, LA SQUALIFICA, L’AMORE CON PAOLA PEREGO

Ma nell’estate del 1990 in Italia c’è anche un Mondiale da giocare in casa, e quindi da vincere. Carnevale, pur essendo da anni protagonista nella squadra più forte e iconica d’Italia, non ha mai avuto grandi occasioni con la maglia azzurra. Ormai però a suon di gol e scudetti ha pienamente meritato l’onore (e l’onere) del posto da titolare. La Nazionale debutta contro l’Austria in un Olimpico avvolto dal tricolore. Lui sbaglia due gol facili, la partita si innervosisce e viene sostituito da Schillaci, che quattro minuti dopo inaugura il suo sogno. La partita seguente è contro gli States. Andrea non demerita, eppure non riesce a incidere.

Stesso copione. Uscendo dal campo si lascia sfuggire un “vaffa” al ct che sarà la pietra tombale sulle sue notti magiche. Si scusa, ma Vicini è irremovibile come il capitano di una nave che non può tollerare la minima insubordinazione dell’equipaggio. Si accomoda in tribuna. Non la lascerà più, nonostante Vialli sia in pessima condizione e  lui potenzialmente l’ideale partner del tarantolato Schillaci. Con il Mondiale stroncato proprio dall’Argentina dell’amico Diego a Napoli – il fato sa essere malvagio – chiuderà la sua non esaltante esperienza in Nazionale.

Peccato, ma si reagisce immediatamente. Il giorno dopo la finale, a Monte San Biagio, è in programma il suo matrimonio, che nei programmi ideali sicuramente avrebbe previsto una medaglia di colore aureo assieme alle fedi nuziali. Non è così, ma c’è da assicurarsi che il viso della sposa abbia lenito la delusione, perché tre anni prima a Venezia aveva incontrato una giovane presentatrice, Paola Perego.

“Dovevamo entrambi ritirare un premio. Prima della cerimonia salgo su un battello e lei era lì, seduta di fronte a me. Incredibile, si vede che era destino. Le ho rotto le scatole per tre, quattro mesi. Poi ci siamo fidanzati. Una bella storia”.

E una bella caparbietà. Al matrimonio però manca l’invitato d’eccezione. Diego è distrutto, la sconfitta della finale contro la Germania del giorno prima l’ha segnato, la sua vita e la sua carriera stanno per cambiare. Non risponde alle chiamate, si dà per disperso. Monte San Biagio, bardata a festa, celebra l’apoteosi del suo figlio prediletto. A trent’anni, Andrea Carnevale ha esaudito tutti i suoi sogni. Ma, l’avrete capito, questa storia è per cuori forti. Con la Roma parte alla grande, quattro gol in cinque partite. Sfortunatamente in ottobre diventa protagonista di un caso di doping assieme al compagno Peruzzi.

carnevale peruzzi doping
La condanna di Peruzzi e Carnevale sulla prima pagina della Rosea (foto da Storie di Calcio)

Il Lipopill è un semplice dimagrante, però è nella lista dei farmaci vietati. Andrea ha già la nomea di testa calda nell’ambiente, e come sempre in questi casi non si sa mai quanto uno sia effettivamente vittima o se le vada a cercare. È da un po’ che in certi ambienti circolano brutte voci sul tenore delle scorribande napoletane, e dopo questo ennesimo deragliamento Carnevale assume la tetra fama di Jean Valjean del calcio italiano. La condanna (sul procacciamento di quel farmaco resterà sempre una certa confusione e omertà molto calcistiche e molto italiane), è esemplare. Un anno di stop. Una squalifica per doping è cosa rara nel calcio di allora (ma anche in quello odierno), ci fu anche chi disse che il caso era parte un complotto per screditare il presidente Viola agevolando la cessione della società.


Sconta la sentenza rafforzando, oltre alla rabbiosa grinta che cova da 17 anni, una certa mania di persecuzione. Torna in campo, ma qualcosa si è inceppato. Non è più un ragazzino, e l’anno di inattività pesa, forse di testa ancor più che di gambe. Il periodo romano fugge lasciandogli in dote una Coppa Italia e oltre venti gol. Sono tempi in cui ai giocatori, pur se di livello, non si fanno contratti fino ai quaranta e passa, e a trentadue anni chiude con le grandi. Uno scampolo di partite senza gol nuovamente all’Udinese, nel frattempo rilevata da un pragmatico e avveduto produttore di frese chiamato Giampaolo Pozzo. Saranno sue ultime in serie A. L’ottima stagione seguente in B con il Pescara marcia su due reti a partita, che gli valgono la terza chiamata in Friuli, dove le zebrette del buon Galeone, un altro irregolare con cui si capisce al volo, otterranno nel ’95 la promozione in A, che da allora non hanno più abbandonato. Chiude la carriera da calciatore l’anno dopo, ancora a Pescara.

E adesso? Difficile, dopo una vita passata a mille all’ora, scoprirsi pensionato. Il clima a casa non è dei più sereni. Andrea è sempre stato un viveur, compensazione a cui spesso indulge chi si sente in credito con la vita. Nemmeno due figli piccoli sono sufficienti, le scappatelle sono continue, e la pazienza di Paola va diminuendo. Si arriva alla rottura, e nel ’97, un anno dopo la fine della carriera di Andrea, lei chiede il divorzio. Non è una decisione presa solo dalla gelosia. Le donne, specie se di successo, non sono così emotive come le si dipinge. Infatti c’è altro, ed è ben peggio dell’infedeltà.

Non sappiamo quando Carnevale iniziò a fare uso di cocaina, sin troppo facile pensare che le nottate napoletane c’entrassero qualcosa. Possiamo però immaginare il devastante impatto della polvere su una mente stressata dalla più tenera età. I granelli bianchi appena tritati con la carta di credito, narice addormentata, occhi sgranati, bocca secca e amara, mascella contratta, sudorazione, rapidità di pensiero parola e azione, euforia, affabilità e la sensazione di poter fare a pugni col mondo e uscirne vincitore. E non capire che è proprio quando ti sembra di aver domato il mondo che invece sei diventato uno schiavo. Paolo Sorrentino, uno a cui i gol di Carnevale non sono passati inosservati, sostiene che gli orfani, in quanto privati dei genitori, vengono facilmente adottati da vizi di ogni sorta. È una visione forse riduttiva, ma ha il grande pregio decostruire molte teorie scientifico/psicologiche sulla dipendenza spesso superflue e inconcludenti.

La sua vita si fa vuota, quindi inutile. Andrea frequenta il “bel” mondo romano, s’imbarca persino in un’improbabile avventura politica con l’Udeur di Mastella alle europee del ’99, ma i 4200 ultras dell’urna non basteranno a garantirgli uno scranno a Strasburgo. L’esperienza lo metterà in contatto con un ambiguo poliziotto del servizio scorte del parlamento, che condivide il vizio. Nessun problema, almeno fino al 27 luglio 2002. Non può sapere, quando i carabinieri suonano alla porta del suo appartamento romano, che le indagini vanno avanti da fine gennaio, da quando un ventenne è crepato di overdose dopo una festa della Roma bene. Intercettazioni e pedinamenti, oltre a un paio di grammi trovati a casa Carnevale, fanno il resto. Le avvisaglie c’erano, ma fa male lo stesso. Subisce  l’umiliazione delle manette, la condanna ai domiciliari. Viene presentato come un narcocalciatore, l’Escobar dello scudetto. Ha 42 anni, un matrimonio in frantumi, un nome infangato. È, forse, il momento peggiore.

Infine, non rimane che il ricordo, più forte delle sciagure e della carne. In questa storica vittoria del Napoli sul Milan, il gol del vantaggio lo sigla Carnevale su assist di Giordano, che si ripeterà in occasione del raddoppio di Maradona (gol surreale il suo)

Possiamo immaginarcelo in un lacerante soliloquio allo specchio stile Monty Brogan, lo spacciatore della 25esima ora che in un memorabile monologo in cui prende di mira tutte le minoranze di New York, alla fine capisce che è soltanto colpa sua se sta per finire sette anni in galera, e non può che prendersela con se stesso. Definitivamente un ribelle, uno che per dirla alla Massimo Fini “ama la sconfitta perché non vuole la responsabilità della vittoria. Fa tutto per vincere, ma in modo da essere sicuro di perdere. E quand’anche con sforzo sovrumano, prevalesse contro tutto e tutti, dilapiderebbe subito, come il vero giocatore, la sua vittoria”.

Ma non è finita. Assume un giovane avvocato in rampa di lancio (o avvocata? O  avvocatessa? O meglio avvocat*?) che ha appena difeso con successo Andreotti, Giulia Bongiorno. La strategia processuale è innovativa, da puro avanguardismo del diritto: fuori i nomi, spifferare chi cosa come e perché. Andrea segue il consiglio. Tecnicamente non è uno spacciatore, però aveva presentato quel poliziotto a due spacciatori della Roma che conta, che venivano così puntualmente informati in caso di intercettazioni. Informazioni che un anno dopo aiuteranno a far saltare un giro persino più grande di quello immaginato, rimangono invischiati, oltre all’immancabile solito giro di escort, attrici, ristoratori, altri poliziotti, sottosegretari. Il nome eccellente è quello dell’ex presidente del consiglio Emilio Colombo, a 83 anni ancora gagliardo consumatore della polvere bianca, procuratagli da uomini della scorta.

Sono cose che stroncano vite, prima ancora di carriere. Sembra la fine. Ma Andrea ha  ancora qualche vecchio amico.  

Marino è approdato a Udine dopo una brutta vicenda pescarese che gli ha rimediato una squalifica di tre anni per sospette combine a perdere degli abruzzesi da lui diretti. Ha capito che valorizzare e rivendere giovani promesse è l’unico modo per evitare grane societarie che possono portare a pasticci come quelli in cui era rimasto invischiato, e propone a paròn Pozzo un modello di gestione rivoluzionario. Però il sottobosco della periferia del calcio mondiale, da Accra a Bogotà, da Lubiana a Valparaíso, è un giro tosto, serve gente di mondo ma anche di saldi valori, qualcuno che abbia visto tutto e il suo contrario. Quindi, chi meglio di Andrea Carnevale?

L’Henry Ford delle frese, con l’istintivo talento dell’imprenditore che non ha bisogno di  esperti di risorse umane per leggere l’animo delle persone, capisce subito che Andrea può essergli molto utile. Intuisce che un irregolare come lui, se consacrato alla giusta missione, può diventare un perfetto uomo azienda. Gli offre un lavoro, guidare l’area scouting connessa con la famosa sala delle mille tv sintonizzate sui campionati più improbabili nella pancia dello Stadio Friuli. Gli viene assegnata la sopravvivenza della stessa Udinese, perché sbagliare una sessione di mercato potrebbe voler dire retrocessione. Com’è solito fare con i suoi dipendenti Pozzo gli ricorda il concetto con paternalistica friulanità, condita da un paio di bestemmie e una stretta di mano.

Andrea registra il messaggio, ringrazia, e prende l’occasione per quello che è: la sua salvezza umana, prima che professionale. Grazie alla rete dei suoi segugi, arruolati tra ex compagni di squadra e 007 free lance, per i tifosi bianconeri sarà un Carnevale di emozioni. Sanchez, Handanovic, Benatia, Pizarro, Muntari, Asamoah, Inler, Cuadrado, Muriel e molti altri, oltre plusvalenze da far impallidire Warren Buffett, garantiranno una frequentazione assidua alle coppe europee.

Valutare il potenziale giocatore è quasi facile, difficilissimo è capire l’uomo che sarà. Ma chi meglio di un pendolare del sali scendi paradiso inferno per leggere negli occhi di un  ragazzino che sogna di cambiare la sua vita col pallone sottobraccio? A Udine Andrea trova la meritata pace. È un compimento dostoevskiano, da dissoluto Karamazov in gioventù, a redento e saggio indagatore della coscienza umana. Esamina gli occhi dei ragazzini, cercando in loro la purezza di cuore e l’intelligenza adatta a diventare campioni. Si risposa, e ha una figlia. I capelli si tingono di bianco, è ormai un uomo sereno, e gli ultimi vent’anni passano tra colpi di mercato e gioie familiari (fa specie saperlo nonno).

Chi scrive l’ha incontrato per puro caso la scorsa estate sull’assolato lungomare di Lignano Sabbiadoro. Era già stato braccato da un paio di ultracinquantenni ansiosi di aneddoti e novità calcistiche. Uno dei due, era un prete. Mi unii al singolare terzetto. Rimase a parlare con noi per venti minuti, incurante del caldo, con spiazzante onestà e simpatia, rivelando a totali sconosciuti ben più di quel che uno nel suo ruolo dice davanti ai giornalisti. Gli chiesi se ci fosse qualche talentino dell’Udinese degno di nota.

«Abbiamo aggregato alla primavera un 2006 che ti giuro, ha colpi da Diego. Si chiama Simone Pafundi. Ma non dirlo troppo in giro. Ci sono le big d’Europa su di lui, ma il padre è napoletano ed era un mio grande tifoso, mi ha promesso che il contratto lo firmerà con noi. Speriamo». È andata così. È questo, forse, il senso del suo percorso professionale e umano. Il fatto che, nel 2022, il padre di un potenziale gioiello del calcio italiano rinunci alle smanie dei grandi club in virtù dell’adorazione del Carnevale calciatore, che come abbiamo visto, è una figura inscindibile dal Carnevale uomo.

La chiave per riassumere la sua esistenza, e il modo in cui è riuscito a cambiarla, la spiega lui stesso. “Alla mia vita ho risposto senza reagire. Ora, reagisco senza rispondere”. L’insegnamento più importante della straordinaria esistenza di Andrea Carnevale da Monte San Biagio è tutto qua. E non è un insegnamento da poco.

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