Calcio
21 Luglio 2023

La discesa negli inferi del Brescia

Una lenta agonia targata Cellino.

Il giorno dopo la disfatta, il silenzio e i resti della notte di guerriglia fanno da cornice a un Rigamonti ancora più spettrale di quanto già non suggerisca la sua vetusta struttura, rattoppata in occasione del fugace ritorno nella massima serie in quel 2019 che oggi appare lontanissimo. Una lenta agonia, sul piano calcistico, culminata al 95esimo della gara di ritorno della finale playout, con la rete del difensore cosentino Meroni che dava il colpo di grazia alla Leonessa, e con i seguenti ultimi frammenti di gara sospesi a causa dei fumogeni lanciati dalla Curva Nord e dell’invasione di campo di alcuni ultras biancoblù.

L’avvio di una notte da incubo per la città in cui, oltre all’umiliazione sportiva della retrocessione in C, si sarebbero aggiunti gli scontri avvenuti anche fuori dall’impianto.

Un senso di sconforto totale per un pubblico che dopo molto tempo era tornato ad affollare quello stadio, troppo spesso semivuoto, per un appuntamento da ricordare – trasformato, al contrario, in un brutto sogno da dimenticare in fretta. Difficile però scordare le cause di quella che, sul campo, corrisponde a una débâcle epocale per il Brescia Calcio, con un tracollo verso la terza divisione dopo 38 anni tra gloriosi sprazzi di Serie A (11 stagioni in totale, di cui 5 consecutive nei primi anni Duemila) e molta cadetteria.

Nonostante l’ultimo ruggito di capitan Dimitri Bisoli, con il suo DNA da lottatore ereditato da papà Pierpaolo, e che valeva il momentaneo 1-0 al Cosenza, il clima di rassegnazione aveva comunque da tempo pervaso l’habitat delle Rondinelle. Ambiente ormai inghiottito da una spirale negativa nella stagione più assurda di sempre, prolungata giusto un paio di partite per una reazione d’orgoglio e una compattezza ritrovata, seppur tardivamente, dagli uomini di Daniele Gastaldello, il quarto mister dell’annata.



Insieme alla rassegnazione, un sentimento unanime è la convinzione che sarebbe bastato poco per evitare l’ingresso in quel vortice e disputare almeno un campionato anonimo, veleggiando placidamente nella mediocrità di metà classifica. Quella stessa mediocrità dalla quale Massimo Cellino prometteva di portare fuori il Brescia, come dichiarato nell’insediamento al vertice del club, estate 2017. Promessa in effetti mantenuta, anche se nella direzione opposta rispetto agli auspici della tifoseria.

Una gestione bizzarra, quella dell’uomo solo al comando, che almeno nei primi cinque anni di presidenza portava a una promozione in A (con immediata retrocessione) e a due qualificazioni ai playoff, pur senza uno straccio di programmazione con quel frenetico viavai di allenatori e dirigenti che sceglievano, incuranti del pericolo, di accettare l’incarico più precario offerto dal calcio professionistico in Italia. Lo stile di conduzione d’altri tempi, non nel senso romantico del termine, ha comunque toccato un nuovo livello nella stagione 2022/2023.

Sono ben quattro gli allenatori che si sono succeduti sulla panchina biancoblù in un bailamme che stavolta ha mietuto vittime illustri, come la bandiera Davide Possanzini. L’ex attaccante della Leonessa, dopo gli anni proficui passati da vice al fianco del bresciano doc Roberto De Zerbi, veniva prima messo alla guida della squadra Primavera e poi fagocitato nel giro di due sole partite dal tritacarne celliniano mai sazio di allenatori. Questo nel bel mezzo di un febbraio nero chiuso dalle Rondinelle con tre tecnici diversi, zero gol fatti e zero punti racimolati. Insomma, una situazione ormai sfuggita di mano.

E pensare che l’annata maledetta era iniziata con 5 vittorie in 6 partite, che proiettavano il Brescia inaspettatamente ai vertici della cadetteria.

Poi la fragorosa caduta del 6-2 di Bari, che invece di essere interpretata come un incidente di percorso diventa l’inizio della fine, a partire dalla fiducia calante del presidente verso Pep Clotet, colui che un paio d’anni prima rappresentava una scommessa vinta da Cellino trascinando le Rondinelle ai playoff. Un ritorno di fiamma per il mister catalano che faceva il paio con quello per l’esperto direttore Giorgio Perinetti, il quale avrebbe avuto però poco margine di manovra sul mercato e ancor meno voce in capitolo sulle varie guide tecniche.



A partire dalla sconfitta del San Nicola datata primo ottobre, arriverà solo una vittoria (contro la Spal a novembre) in 25 partite, in una via crucis biancoblù nella quale un’altra stazione significativa sarà occupata da Alfredo Aglietti, subentrante a Clotet nella settimana che porta a Natale. Giusto il tempo per assaggiare il panettone e brindare all’anno nuovo, prima di ottenere il benservito con la fine delle festività e con sole due partite disputate. Un trattamento che verrà, appunto, riservato un mese più tardi pure al malcapitato Possanzini.

Nel mezzo, tra le due vittime sacrificali, il disastroso ritorno di un Clotet probabilmente desideroso di essere altrove, invece di immergersi nel clima di una contestazione ormai deflagrata e segnalata dagli striscioni che invitano Cellino ad andarsene. A ciò si aggiungeranno altre iniziative della Curva Nord come l’assenza dagli spalti, in occasione del match casalingo contro il Frosinone, e la camminata dell’orgoglio biancoblù per le vie della città.

Oltre al comprensibile dissenso degli ultras, la questione sul futuro della società fa da sfondo all’intera stagione delle Rondinelle.

A partire dalla pregressa situazione personale di un Cellino assorbito dal procedimento penale in cui è accusato di reati fiscali, soprattutto nell’arco temporale del maxi sequestro cautelativo da 59 milioni di euro, disposto nel luglio 2022 e poi annullato dalla Cassazione nel gennaio 2023 con il dissequestro di 58 milioni (a cui aggiungere l’ultimo milione sbloccato dal tribunale del Riesame di Brescia lo scorso 10 luglio). La cifra corrisponde al patrimonio netto di Eleonora Immobiliare (la società inclusa nel trust inglese finito sotto inchiesta), cioè la controllante di Brescia Holding, a sua volta a capo del Brescia Calcio.

Una situazione intricata che in quei mesi porta alla cogestione del club col Tribunale, essendo la controllante sotto amministrazione giudiziaria, con il patron che a metà novembre si dimette dalla carica di presidente tornando indietro dopo due settimane. In questo periodo di controllo limitato si aprono scenari di cessione del club a ipotetici acquirenti, tra i quali l’unico dotato di un esplicito interesse sembra il gruppo olandese Azerion, poi defilatosi con la riacquisizione delle piene funzioni da parte di Cellino.

A tal proposito, i vari appelli lanciati agli industriali bresciani cadono (come previsto) nel vuoto. Non può sorprendere in un contesto in cui buona parte della città, specie ai piani alti, è storicamente disinteressata al fútbol, rispetto a una provincia visceralmente appassionata che però, nella maggioranza dei casi, si riversa nel tifo per le tre grandi o in autonomi progetti a livello distrettuale. Oltre al diverso sentimento popolare, quindi, lo iato tra centro e periferia si fa ancora più profondo in una stagione che ha visto delle realtà locali, come FeralpiSalò e Lumezzane, vincere i rispettivi campionati di C e D, forti di strutture societarie organizzate e con alle spalle solidi gruppi imprenditoriali del territorio.



In particolare il club gardesano, prossimo esordiente assoluto in cadetteria, è presieduto da Giuseppe Pasini, al vertice del Gruppo Feralpi (tra i leader europei nella produzione di acciaio, con un fatturato del 2022 destinato a superare i 2 miliardi di euro) e vanamente corteggiato da chi lo vorrebbe a capo del Brescia, considerando le sue perplessità per un rischioso salto nella città. Su questo fronte, non se la passa male neanche la società valgobbina guidata da Lodovico Camozzi (presidente e ad del Gruppo Camozzi, operante nel settore dell’automazione industriale, macchine utensili e tessili, lavorazione materie prime), con un Lumezzane rinato e atteso dal ritorno in terza divisione.

Mentre il calcio in provincia sale, in città affonda.

Affonda tra il silenzio di una società evanescente, con la sessione invernale di calciomercato chiusa con la cessione al Pisa di Moreo, uno dei pochi leader dello spogliatoio, senza rimpiazzarlo con nessun altro attaccante e marcando così un’ulteriore tappa significativa nel viaggio delle Rondinelle verso la retrocessione. Nella totale mancanza di comunicazione, l’eccezione è la voce del direttore generale Luigi Micheli, responsabile della parte amministrativa, con una conferenza stampa da lui indetta per denunciare un clima sempre più incandescente e per sfoggiare la virtù finanziaria del club rispetto al caso della Reggina.

Vicenda per la quale il Brescia presenterà un esposto al Tribunale di Reggio Calabria, contro il piano di ristrutturazione del debito della società amaranto, dando il via a una lunga querelle estiva tra le aule di giustizia ordinaria e sportiva. Tuttavia, nel bel mezzo dell’annata, ciò non contribuisce a rasserenare gli animi insofferenti a una gestione sportiva sempre più carente, anzi. Una discesa sul campo inarrestabile, bloccata solo in parte da una reazione nel finale di campionato con l’accesso ai playout.

Nei giorni successivi alla caduta, ormai certificata dal doppio confronto con il Cosenza, al silenzio di un Rigamonti spettrale si aggiungerà la consueta assenza di voci provenienti della dirigenza del Brescia Calcio; il tutto differenza di altre compagne di retrocessione come Benevento e Spal, in cui i rispettivi vertici societari, Oreste Vigorito e Joe Tacopina, mettono la faccia in lunghe conferenze stampa dopo la discesa in C. Strategia, il mutismo, in perfetta continuità con annate di comunicazione inconsistente, o del tutto assente, propedeutica ad allontanare sempre di più l’interesse verso le sorti di una piazza che, ancora più di altre, avrebbe bisogno di essere stimolata e coinvolta.



L’unico messaggio di assunzione di responsabilità nel silenzio generale sarebbe giunto via social, sei giorni dopo la disfatta, da Andrea Cistana, il difensore cresciuto a pane e Brescia e ora uno dei pezzi pregiati nella lista degli eventuali partenti. Una delle poche colonne, insieme a capitan Bisoli, intorno a cui si sarebbe potuta costruire una squadra solida con pochi inserimenti mirati ogni stagione, invece del progressivo indebolimento della rosa, anche dal punto di vista caratteriale.

Insomma, un contesto di sfaldamento che negli ultimi anni ha permeato tutti i livelli della società, dai giocatori ai dirigenti passando per lo staff tecnico, in un clima da tutti contro tutti creato da una gestione divide et impera, come la definisce Cristiano Tognoli, massimo esperto di Rondinelle, in un’approfondita analisi sul quotidiano online Bresciaingol. Stagioni di caos che avrebbero condotto alla decadenza della Leonessa calcistica, con il baratro della Serie C (probabilmente) evitato solo grazie alla situazione della Reggina.

Una situazione tra l’altro non ancora definita, all’interno di un’estate italiana di ricorsi in sede di giustizia sportiva e ordinaria. Una questione che ha tenuto il Brescia in un limbo tra le due categorie fino a luglio inoltrato, con l’obiettivo della riammissione in B diventato sempre più realistico dopo i verdetti di Covisoc e Consiglio federale, i quali hanno generato un calendario cadetto con una x al posto della squadra calabrese. Tuttavia, resta la consapevolezza da parte della tifoseria di una retrocessione sul campo meritata, vedi lo striscione firmato dal gruppo Ultras Brescia 1911 EX-Curva Nord, appeso in città nella prima fase della battaglia legale per il ripescaggio.

Cellino ora brami il ripescaggio… ma datti al giardinaggio! Fallito”.

Ultras 1911

All’interno di questo scenario di sospensione, ecco comunque un nuovo atto della vexata quaestio riguardo al destino del club, prima con l’individuazione di un advisor per un’eventuale vendita e poi con le parole di Cellino, dopo mesi silenti, tradotte nella dichiarazione: “il futuro del Brescia non appartiene più a me”. Frasi sibilate per la strada e poi parzialmente smentite con un’intervista rilasciata al Giornale di Brescia, nella quale il presidente annuncia:

“Non vado via da Brescia danneggiando la città e lasciando la squadra a gente che non dà garanzie”.

Oltre alla volontà di rimanere al timone delle Rondinelle, almeno nel breve termine, il patron ribadisce pure la prosecuzione della sua strategia di uomo solo al comando, affidando al nuovo ds Renzo Castagnini una libertà limitata sul mercato, dato che “non gli lascerò prendere o vendere i giocatori che vuole. Fino a quando sarò a Brescia l’ultima parola sarà la mia”. Dunque, in attesa di un altro capitolo della triste saga celliniana e di fronte a un incognito futuro, al momento la nostalgia pare essere l’unico rifugio sicuro per la tifoseria bresciana.

Il pensiero corre inevitabilmente a quando quella maglia blu con la V bianca era indossata da Baggio, Guardiola, Pirlo o Hagi e sulla panchina sedevano Lucescu e Mazzone. Tutta gente portata, o lanciata, da quel Gino Corioni perso nella sua utopia solitaria di rendere il Brescia un membro permanente del grande calcio. Insomma, là dove c’era Sor Carletto che in un derby contro l’Atalanta correva sotto la curva avversaria dopo un gol del Divin Codino, in un’immagine iconica di quell’epoca lontana, oggi si è accumulata parecchia polvere e ci sarebbero molte cose da fare (tra settore giovanile trascurato, comunicazione e stadio) per rilanciare una Leonessa stanca e ferita. Difficile, se non impossibile, pensare di farlo con Cellino.

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