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6 Febbraio

Erasmo da Taranto

Domenico Rocca

30 articoli
Erasmo Iacovone, l’uomo e il simbolo.

Erasmo Iacovone non è un martire, nessuno lo considera tale a Taranto. La sua presenza però è tutt’oggi visibile, tangibile. Un ricordo scolpito non solo nelle memorie dei tifosi ma dell’intera città, che ne fa un vanto: un simbolo in un territorio oggi sfortunato, ma che un tempo sognava di recitare nel più importante palcoscenico del calcio italiano, la massima serie. La storia di Iacovone è la storia di Taranto, in un legame inscindibile. Due elementi che si trovarono per caso, si rincorsero intensamente, danzarono tra gli odori acri dei fumogeni in curva e, quando tutto sembrò idilliaco, si abbandonarono; materialmente distanti ed emotivamente vicini, la fede per la squadra non si slegò mai dal ricordo del suo profeta.

 

 

I rossoblu, come tante altre provinciali in quegli anni, coltivavano grandi ambizioni. I presupposti vi erano tutti nella stagione 1977-78, in una serie cadetta entusiasmante che proprio in quel decennio raggiunse il massimo splendore. Il calcio di allora era completamente diverso da quello odierno: allo spettacolo sul terreno di gioco si affiancava quello sugli spalti, generando un binomio coreograficamente perfetto. Non c’era ancora, quantomeno in Italia, quell’ossessione tattica che condizionerà il calcio moderno. Le compagini mostravano una spiccata propensione difensiva, con quasi tutta la squadra che si faceva carico delle bagarre in mezzo al campo, per poi servire il terminale offensivo a cui era affidato il solo compito del gol.

 

Una formazione del grande Taranto stagione 1977-78

 

 

L’undici del Taranto non faceva eccezione, sobbarcandosi tutte le responsabilità del gioco per poi servire fiducioso un tridente composto da Gori – Selvaggi – Iacovoneche quasi sempre mandò in estasi il popolo che calcava i gradoni dello Stadio delle Saline, specie in quella stagione. Il più temuto era proprio il centravanti, un ragazzo non molto alto, proveniente da un freddo paesino nel Molise, Capracotta. Di strada in effetti ne fece molta il giovane Erasmo, che ebbe il suo battesimo calcistico a Tivoli (dove si trasferì in infanzia insieme alla famiglia).

 

 

Nel girò di qualche anno, dopo un po’ di esperienza nei dilettanti, passò per Trieste, Carpi e Mantova. Giunse in Lombardia consapevole che quella tappa avrebbe inevitabilmente condizionato la sua carriera, in meglio o in peggio: la gavetta d’altronde è utile solo quando è di passaggio, ed Erasmo in cuor suo aspettava il salto di qualità. Le 24 reti in due stagioni confermarono le sue sensazioni, e diedero prova del suo spiccato fiuto per il gol. Il feeling con la porta divenne naturale, continuativo.

 

 

All’inizio della stagione 76-77, a fine ottobre, segnò già sei reti in altrettanti incontri: fu allora che, nel mercato di novembre, il Taranto decise di acquistarlo. Un acquisto esoso per il parsimonioso presidente rossoblu che però, attraverso una serie di contropartite, riuscì a convincere la dirigenza del Mantova. Per il giovane si aprirono dunque le porte della cadetteria. In città vi fu un iniziale scetticismo: Chi è questo? L’abbiamo pagato troppo! In serie B serve esperienza! Iacovone esordì il 31 ottobre del 1976 a Novara, presentandosi ai suoi nuovi tifosi con uno straordinario stacco aereo che impressionò tutti, compresi i difensori che non riuscirono ad arginare l’esplosiva forza nelle gambe. Rete.

 

La rete di Iacovone in occasione di Novara v Taranto, stagione 1976-77

 

 

Proprio l’elevazione fu una delle sue doti chiave. Nonostante non avesse il physique du role di un saltatore, era dotato di un baricentro basso che rendeva i suoi movimenti fluidi e scattanti, virtù comune a tanti grandi calciatori: la sua fu un’agilità atletica mista a forza fisica. Quel gol rappresentò il biglietto da visita a Taranto, che lo iniziò a conoscere dentro e fuori dal campo, rispettandolo e supportandolo. Con il suo prezioso aiuto (8 reti), il Taranto riuscì ad evitare la retrocessione, ponendo le basi per un campionato di vertice nella stagione successiva; certo non fu un amore a prima vista, e anzi ad essere onesti il sentimento sbocciò definitivamente in un altro storico incontro.

 

La stagione successiva i delfini gravitavano nelle zone alte della classifica, trascinati dall’oramai solito goleador, e il 20 Novembre 1977 ad attenderli c’era una storica rivale come il Bari.

 

I galletti erano una squadra rognosa, difficile da affrontare. Inoltre, l’attesa fu febbricitante per un derby tra i più sentiti e pericolosi di Puglia. Il Bari rispettò le attese della vigilia schierando una squadra compatta e solida, attenta a non prendere gol e che tentava il contropiede. Si presentò una situazione di stallo molto simile a quelle che lo stesso Erasmo, grande appassionato di film western, vide tante volte; non solo lui, ma anche la stessa produzione cinematografica di quel genere viveva il suo massimo splendore in quel momento.

 

 

L’attaccante sapeva come eludere la cavalleria avversaria e lo fece in pieno stile Far West. Punizione battuta veloce sulla trequarti, Iacovone cavalcò velocemente verso l’area di rigore superando le maglie avversarie; poi, una volta ricevuto il pallone, ebbe il tempo di alzare lo sguardo ed incrociare quello dell’estremo difensore del Bari, e la pistola più veloce a sparare fu la sua. Pallonetto delicatissimo che si infilò dolcemente in porta. Taranto trovò il suo eroe ed iniziò a sognare quell’eldorado chiamato Serie A.

 

 

C’è un’Italia profonda e terribilmente affascinante, unita dal pallone, che vive anche per momenti come questi.

 

 

Fin quando, il 5 febbraio del 1978, la complessità del destino si manifestò nell’incontro tra Taranto e Cremonese, un punto di svolta per il sogno Serie A e per la vita di Erasmo. Una partita sfortunata, giocata intensamente, in un campionato che vedeva i delfini proiettati verso il secondo posto, valevole insieme al primo e anche al terzo per la promozione diretta. La squadra procedeva spedita verso un traguardo che la città tanto agognava, fiera soprattutto di quel Iacovone primo nella classifica marcatori del torneo.

 

 

L’estremo difensore degli avversari però quel giorno ci mise del suo: Alberto Ginulfi, infatti, prima di difendere i pali della Cremonese, fu portiere della Roma. Con i giallorossi si mise in luce nell’universo calcistico mondiale in una particolare situazione, ovvero quando parò un rigore al grande Pelè, in occasione di un’amichevole nel Marzo del 1972 tra Roma e Santos. Il lavoro dell’attacco, che già di per sé apparve arduo, si complicò a causa dei due legni colpiti dal numero 9, che costrinsero i padroni di casa a rallentare leggermente la propria corsa.

 

 

Il triplice fischio del direttore di gara sentenziò l’amara conclusione dell’incontro. I mugugni provenienti dai vecchi parterre si levarono minacciosamente nell’aria, malgrado si trattasse di rammarico, e non di rabbia. Il tifo in fondo è da sempre uno dei più spiccati esempi di irrazionalità, alimentato da un pericoloso elemento quale la speranza, capace di mantener sempre negli affezionati un’innata fiducia nel futuro. I seguaci dello stadio quel giorno ne furono la prova, i calciatori meno.

 

 

Diretti protagonisti delle sorti della stagione, consapevoli dell’occasione sprecata, uscirono dal terreno di gioco delusi ed amareggiati. Iacovone in particolare, l’uomo più determinante sino ad allora, parve tra tutti quello meno soddisfatto della prestazione. Entrò negli spogliatoi privo della solita grinta che lo contraddistingueva in campo e fuori. Come se percepisse qualcosa nell’aria, qualche energia negativa o semplicemente una sensazione. Del resto, quel giorno fu un ménage à trois tra portiere, attaccante e sorte. Fu quest’ultima ad imporsi, non durante il match ma poche ore dopo.

 

“Verso la fine degli anni Settanta c’era una filastrocca che tutti i bambini della vostra età, che abitavano da queste parti, conoscevano a memoria. Faceva così. Petrovic, Giovannone, Cimenti, Panizza, Dradi, Nardello, Gori, fanti, Iacovone, Selvaggi, Caputi. E l’accento cadeva su Iacovone”.

 

La sera stessa parte dei calciatori decise di concludere insieme la giornata, cenando in un ristorante alle porte della città. Erasmo dapprima rifiutò l’invito, d’altronde era stato un giorno lungo e snervante, non aveva voglia di allungarlo ulteriormente. Furono i suoi compagni a convincerlo, quasi a trascinarlo fisicamente, per la vicinanza ad un amico ancor prima che ad un collega. Due giorni dopo sarebbe iniziata la preparazione per la sfida contro il Rimini, sicuri che con lui in campo le cose sarebbero andate per il verso giusto.

 

 

Ormai i destini di Iacovone e di Taranto erano legati indissolubilmente, tant’è che la società ricevette un’importantissima offerta da parte della Fiorentina, a gennaio, per il suo talentuoso numero 9. Il presidente rifiutò categoricamente: se Erasmo avesse dovuto raggiungere la massima serie, lo avrebbe con i rossoblu. Ed anche lui fu subito d’accordo.

 

Una maglia quasi cucita addosso

 

 

Forse non fu una cattiva idea. Forse distrarsi serviva a scrollare di dosso qualche peso, a concentrarsi sul futuro. Il suo futuro, fatto da una missione calcistica e dal figlio nel grembo di sua moglie. Decise di rientrare a casa prima dei suoi compagni, ed in quel momento la sua storia s’incrociò inevitabilmente con quella di un altro ragazzo. Si chiamava Marcello Friuli, sfrecciava sulla Statale Taranto-Lecce con un’Alfa Romeo 2000 rubata, inseguito da una volante della polizia.

 

L’auto viaggiava a circa 200km\h con i fari spenti. In quello stesso istante la Diane 6 del calciatore si apprestava ad uscire da una stradina secondaria. L’impatto fu terribile, e il corpo di Erasmo venne catapultato fuori dall’abitacolo con una violenza inaudita.

 

Fu subito chiaro per le forze dell’ordine, che riconobbero il corpo del giovane centravanti, che non c’era più nulla da fare: così morì il Re di Taranto, ai cui funerali partecipò tutta la città. La moglie Paola poco tempo dopo diede alla luce il suo unico figlio: una volta cresciuto, andando allo stadio Erasmo Iacovone, ascoltando i cori della curva, osservando quel volto estraneo ma familiare sui vessilli colorati, siamo certi che quella distanza gli sia pesata di meno; potreste chiedervi questo a cosa serva, ma invece fa tutta la differenza del mondo.

 

 

 

Taranto fu sfortunata, Taranto è sfortunata. Con lei anche il suo profeta. Una città che vive di calcio ma che dal calcio non ha mai avuto gioie; che proprio quell’anno sembrava lanciata verso il supremo coronamento insieme al suo condottiero, un traguardo che non raggiungerà mai più. Il campionato si concluse a meno sei punti dall’ultimo posto utile per la promozione: la città perse il suo simbolo, e la squadra non fu più la stessa.

 

 

Il presente, poi, non è meno amaro del passato. Dopo tanti anni a cavallo tra C2 e C1, oggi il Taranto gravita nei dilettanti. Una categoria di certo non consona ad una piazza così calorosa, così innamorata del pallone. Ad un popolo che continua a subire le angherie del destino e della fratricida mano dell’uomo, annebbiata dai fumi tossici dell’Ilva, quell’industria che proprio negli anni ottanta risollevò temporaneamente la città e che poi, come un boomerang, si è scagliata sulla sua stessa popolazione.

 

 

 

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