Calcio
18 Luglio 2025

Il calcio italiano orfano di Berlusconi

Si stava meglio quando c'era lui?

Sono passati 39 anni da quel 18 luglio 1986 quando Silvio Berlusconi arrivò dal cielo, con simbolismo voluto. Nel calcio, spostarsi in elicottero era prerogativa dell’Avvocato, sinonimo, lui, di un calcio immobile, gattopardiano. Invece, quando il cinquantenne Berlusconi atterrò all’Arena Civica di Milano, con la ‘Cavalcata delle Walkirie’ sparata a cannone, davanti a migliaia di tifosi (ancora incerti se gioire o vergognarsi) per fare il suo debutto come nuovo presidente del Milan – il pallone italiano, senza saperlo, assisteva al suo passaggio alla modernità in cui avrebbe trascinato tutto il mondo.

Se il nonno del calcio italiano fu Edoardo Bosio, che a fine 1800 tornò in patria dall’Inghilterra con un carico di palloni di cuoio, allora sconosciuti, importando il football – il padre del nostro pallone, volenti o nolenti, è stato Silvio Berlusconi. L’acquisto del Milan, che salvò dal fallimento dopo la gestione di Giuseppe Farina, ha segnato un cambio di passo e ha sovvertito tutte le regole. I media, in coro, dissero che di calcio non capiva molto.



Lui trasformò la squadra in un house organ della sua persona, testimonianza di un uomo a cavallo tra due secoli, un modo, più che una moda, in cui forma e contenuto si mischiavano tra moderno e tradizionale. Un mix seducente, bisogna ammetterlo. Tanto più perché il Milan, grazie alle sue scelte, si trasformò da semplice società di calcio a vera e propria azienda, riuscendo nel miracolo sportivo di un ciclo vincente inedito per l’Italia (soprattutto perché sconfinato in successi europei inimmaginabili: cinque Champions League, oltre a otto scudetti).

Alla gestione Berlusconi si devono innovazioni enormi, nel bene e nel male. Tra le altre cose, fu lui il fautore dei posti numerati allo stadio (premessa dell’abominio della ‘Tessera del tifoso’ del 2009, opera del Ministro dell’Interno Roberto Maroni, nel governo, appunto, Berlusconi IV); permise, pensandone la piattaforma, la prenotazione dei biglietti per partite ancora lontane nel tempo; impose una dieta ferrea e uno stile di vita ancor più rigido ai suoi calciatori; s’intromise nella gestione tecnica della sua squadra, pretendendo il bel gioco dai suoi allenatori per creare un nuovo stile italiano; profetizzò il cambiamento delle coppe europee per ottenere maggiori incassi ai botteghini e, soprattutto, dai diritti televisivi;

lottò per la liberalizzazione globale del calciomercato; rese i propri calciatori dei divi, brand per il mercato;

capì la necessità di avere un inno ufficiale, di sostenere la grandeur milanista attraverso lo show-biz. Pratiche che sono state poi copiate dalle squadre di tutta Europa e che oggi sembrano normali ma che negli anni Ottanta non lo erano affatto.



Berlusconi è stato in grado di far fare al calcio il passaggio inverso richiesto dall’età adulta, quello ‘dal bello al vero’; ha riportato il pallone a livello di sogno e con le sue capacità ammaliatrici lo ha ricalciato, appunto, ‘dal vero al bello’. Ma il calcio è uno sport, è rappresentazione di altro, gioco – si presta e, in un certo senso, esige la finzione della bellezza. Il problema si è posto, poi, quando questa infantilizzazione in vista di un profitto (sana nella dimensione dello Homo ludens) è stata praticata con la società e l’economia.

In Occidente, Berlusconi è stato il primo patron di una squadra di calcio a diventare Presidente del Consiglio. Nell’ottica dell’unione di tre poteri (politico, mediatico, calcistico), interconnessi in modo tale da formare un miscuglio fatale per l’Italia degli anni Novanta – Berlusconi ha segnato un solco seguito ancora oggi da una nutrita schiera di capi di stato europei, seppur con differenze legate, ovviamente, alle forme di governo e alle culture dei singoli paesi: Putin, Erdoğan, Orbán, Aliyev… Ma se è preoccupantemente alto il numero di chi è riuscito (e riesce ancora oggi) nell’impresa berlusconiana, altrettanto alto è il manipolo di chi ci ha provato, fortunatamente, senza riuscirci fino in fondo: su tutti, Bernard Tapie in Francia (proprietario di Adidas, del Marsiglia, di giornali oltre che ministro, europarlamentare nonché capo di un nuovo partito).

E adesso che anche il Monza, l’ultima sua squadra, è passato di mano, acquistato da un fondo Usa, un’era è davvero finita. La squadra brianzola, parentesi apparentemente marginale nell’epopea berlusconiana, ha rappresentato un altro miracolo sportivo. Acquistato nel ‘18 dopo aver dovuto cedere il Milan nel ‘17 a un opaco imprenditore della Cina comunista (straordinario contrappasso), Li Yonghong — il Monza, per adesione alla narrazione stakanovista tipica della Brianza, molto cara a Berlusconi, e per il suo destino di rinascita, è stato il suo ultimo capolavoro.

Un Berlusconi mezzo decaduto, non candidabile ma a capo della lista di Forza Italia, alle politiche del 4 marzo 2018 crolla sotto il 15%, si ritrova quarto partito a livello nazionale e non neanche più primo partito di coalizione; sembra tutto finito, poi il 28 settembre, la Fininvest acquista il Monza, allora in serie C. E grazie alla guida tecnica del fido Adriano Galliani, in quattro anni sale in A, per la prima volta dopo 110 anni di storia. A obiettivo raggiunto, alla morte del patron, il 12 giugno del 2023, il Monza passa totalmente nelle mani di Galliani, con Paolo Berlusconi presidente onorario.



La cessione dell’ultima squadra della famiglia Berlusconi era solo questione di tempo e la stagione che prenderà il via tra un mesetto, inizierà per la prima volta dal 1986 senza Fininvest azionista di maggioranza di un club. Ce ne faremo una ragione, sia chiaro, ma serve da riflessione perché calcisticamente si è chiusa un’epoca e se ne apre un’altra dai contorni poco chiari – davvero oltre le metanarrazioni moderne a cui eravamo abituati.

Oggi siamo nel calcio postmoderno, il calcio della Serie A con 12 squadre su 20 gestite da società straniere, il calcio delle multiproprietà, della Red Bull e del City Group, degli sceicchi vestiti all’occidentale che comprano squadre, del campionato inglese che da dopo la Brexit domina in Europa, dei mondiali giocati in inverno in Qatar e dei prossimi, nell’estate del 2026, organizzati da Trump in collaborazione con Messico e Canada, il calcio della Fifa che assembla un torneo, sempre negli Usa, con un montepremi da 1 miliardo mettendo insieme squadre da tutto il mondo e in cui alla fine vincono sempre le potentissime europee; il calcio in cui lo stesso Trump, col suo cravattone rosso, rimane impalato in mezzo ai giocatori del Chelsea mentre alzano il nuovo trofeo (guardandolo male), pur di farsi immortalare come padre putativo della competizione di uno sport che ignora.



Questo è il nuovo calcio e dove andrà non possiamo saperlo. Probabilmente il suo volto è quello di Gianni Infantino, presidente Fifa, amico di Putin e amico di Trump, vero deus ex machina del pallone. Ma è presto per dirlo. Sappiamo di certo che l’era inaugurata trentanove anni fa da Silvio Berlusconi, quella del calcio moderno, si è chiusa.

Ci sembrava terribile tutto di quel pallone lì; l’innovativo berlusconismo in cui ogni cosa era industria dello spettacolo è stato giustamente criticato aspramente, combattuto non abbastanza, ma almeno lasciava spazio alla protesta, al dissenso. Al contrario oggi, l’autonarrazione tipica dei social trasforma tutto in un successo, perché appare non solo bello, ma anche giusto. Direbbe Giacosa: chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia, e non sa quel che trova.

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