Da quando è iniziato l’isolamento, non c’è stato giorno in cui io non abbia pensato a lei: alle sue forme e alle sue tinte, alle gioie condivise, al sostegno reciproco nelle difficoltà, alle gite vissute insieme. Un legame unico, che appariva tanto inscindibile quanto incomprensibile agli occhi di amici e parenti. Insomma, il lettore lo avrà capito: mi manca terribilmente la mia squadra. Già, perché proprio nei momenti di privazione si è in grado di misurare l’effettivo valore degli affetti più cari, essenziali per la qualità delle nostre vite.

 

 

È bene chiarire subito che chi scrive non avverte nessuna nostalgia per la deriva del calcio-industria con tutte le sue perversioni, dalla finanziarizzazione incrontrollata al carrozzone mediatico che ha spogliato di qualsiasi epica il gioco; il vuoto di questi giorni è stato lasciato dalla rescissione del rapporto diretto con i colori del cuore, un sentimento semplice ma abissale racchiuso nella promessa you’ll never walk alone.

 

 

Per cercare una giustificazione a questa fisima mi sono rivolto alla scienza, cercando conforto nelle tesi di Desmond Morris, autore de “La tribù del calcio”. Nel più approfondito studio accademico sul rapporto tra l’animale uomo ed il pallone, lo zoologo britannico riconduce il concetto di club ad un’organizzazione tribale, fulcro della relazioni tra le scimmie nude, o meglio i tifosi, calciatori, dirigenti ed addetti ai lavori di vario genere. (in verità confido che nelle successive righe possano ritrovarsi anche appassionati di altri sport, soprattuto di squadra n.d.a)

 

 

Nel suo studio Desmond Morris mostra uno dei simboli del ‘900 (foto The Guardian)

 

 

Innanzitutto oggi la porta rappresenta la preda che cacciavano gli avi preistorici con archi e frecce dalla punta di selice, mentre il pallone è l’arma con cui si esegue l’uccisione simbolica al grido “gol!”. Nei novanta minuti è possibile ritrovare i caratteri primitivi di una pseudo-caccia, senza sangue ed animali, una battuta allegorica portata dentro le mura delle città dalle cicliche fughe dalle campagne e dalla rivoluzione industriale ottocentesca. Tratti ancestrali riscontrabili sicuramente anche in altri sport, ma predominanti nel gioco del calcio.

 

 

Un’altra declinazione del complesso simbolismo nascosto in una partita è la stilizzazione della battaglia: i campionati sono campagne militari di dieci mesi, vittoria e sconfitta valgono vita e morte. Tra il fango e l’erba si lancia l’ennesimo assalto alla trincea o fortino degli avversari, regolamentato da una giacchetta nera, in un contesto di canti di guerra, truci intimidazioni, carrocci attorno a cui stringersi ed insegne da difendere.

 

 

Il trionfo è l’esito delle abilità dei cannonieri, che devono lanciare il mortaio nel cuore della roccaforte dei nemici. Fuori dalla mischia, i soloni dibattono sull’effettivo valore della partita come liberazione terapeutica di violenza controllata, contrapposta alla teoria del risultato come innesco della rabbia.

 

Nel vuoto dell’anima, in cui le parrocchie non potevano e sapevano più arrivare, si erano instaurati gli idoli del paganesimo sportivo, moderna liturgia di evasione. 

 

Ancora, se è vero che il secondo Dopoguerra ha tramutato i cittadini in automi consumisti in abiti borghesi, il tifoso continua a preoccuparsi del prestigio sociale conseguito tramite i risultati del proprio 11 del cuore; uno status determinato dalle promozioni e retrocessioni lungo la scala delle diverse serie, i cui gradini più alti sono ormai occupati dalla solita cricca di aristocratici.

 

 

Sempre durante il ‘900 la fuga dalle chiese e dai teatri sembrava compensata dai pienoni nei cinema e negli stadi soprattutto, dove la partita era assunta a rito collettivo domenicale per eccellenza; nel vuoto dell’anima, in cui le parrocchie non potevano e sapevano più arrivare, si erano instaurati gli idoli del paganesimo sportivo, moderna liturgia di evasione dal grigiore della settimana lavorativa. 

 

 

La crocifissione nel nuovo e profano rito collettivo

 

 

Cori di alleluia, patimenti collettivi espiati tra banchi e gradinate, processioni verso gli altari della fede, candele e torce, incenso e fumogeni, tamburi e campanellini per celebrare la religione della domenica. Eppure anche l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo è vittima terminale della secolarizzazione del tifo e della commercializzazione del calcio.

 

 

Queste sono soltanto alcune delle interpretazioni dei significati intrinsechi al calcio offerte da Mister Morris, tuttavia il primate che qui scrive preferisce rifugiarsi nell’inesplorabile irrazionalità su cui si fonda la passione, in qualsiasi ambito dello scibile umano essa arda. Una fuga che conduce alla consolante consapevolezza di essere parte di una moltitudine, insieme beata e dannata. Noi felici pochi oggi ci siamo ritrovati soli e abbandonati, con la tipica convinzione degli amanti delusi che pensano di aver dato più di quanto abbiano ricevuto.

 

Non volendo riconoscere i cambiamenti nei gusti, negli interessi e stile di vita, abbiamo giurato eterna fedeltà ad una bella che non sa più cosa farsene di romantici anacronistici.

 

La verità è che l’adorato pallone ha voltato pagina e può andare avanti senza di noi, che come tutti gli innamorati non saremo mai abbastanza pronti per accettare la fine. La realtà è che siamo stati accecati dal sentimento, ignorando i difetti di un sistema che abbiamo contribuito a creare; un calcio così drogato di debiti da non poter tirare avanti senza il metadone dei diritti televisivi. Abbiamo giurato eterna fedeltà ad una bella che non sa più cosa farsene del suo dodicesimo uomo, romantico ed anacronistico. Questo è il messaggio diffuso della Uefa e Lega Calcio: da maggio il calcio riprenderà senza tifosi.

 

 

Tv e porte chiuse è la ricetta per la ripartenza sotto alla minaccia del coronavirus. Il portafoglio pesa più del cuore dei tifosi, forse perfino della salute dei giocatori. Da tempo presidenti e dirigenti sognavano di disfarsi dei tifosi, orami fastidioso ed antieconomico orpello nell’industria del pallone. Almeno fino alla fine dell’anno, se non addirittura oltre, il loro scellerato desiderio si è avverato. Negli ultimi vent’anni divieti, multe e diffide non erano riusciti a raggiungere il risultato che il coronavirus ha raccolto in appena sessantagiorni.

 

 

Anno I dopo Coronavirus: cartolina dalla serie A (foto La Presse)

 

 

Limitazioni alla libertà di movimento, onnipresenti ed indiscreti occhi elettronici, droni e steward spioni popolavano la deprimente realtà a cui erano ormai abituati i frequentatori di stadi e palazzetti dello sport, i cui sogni erano funestati dagli acronimi ONMS e CASMS, ancor prima che dalle lettere T-R-O-I-K-A. Ora, queste misure sono state estese ad un’intero paese, lasciando nella bocca di molti l’amaro sapore del “noi l’avevamo detto”. Ieri lo facevano per la sicurezza, oggi per la salute, dicono. 

 

 

Nei prossimi mesi di “passione”, qui intesa come sofferenza spirituale, il ragazzo da stadio dovrà resistere al lavaggio del cervello che il MinCulPop cercherà di impartirgli: la schiavitù è libertà, l’ignoranza è forza, lo sport è bello senza tifo. Dagli apprezzamenti ai seggiolini colorati che creano “l’effetto tutto esaurito”, alla nitidezza del suono dei cori registrati, fino alla fortuna di sentire i suoni del campo: il Trattamento Ludovico propugnato dai teleschermi ricorrerà ai suoi mezzi più subdoli. Meglio ripudiare i diabolici apparecchi digitali e ricercare l’amore perduto tra le figurine ed il subbuteo.

 

D’altronde noi tifosi di stadio, di palazzetto, di gradinata in senso lato ben conosciamo il valore del rito del canto comune, così come il senso d’appartenenza ad una comunità, che trova la sua affermazione fisica in uno luogo d’aggregazione.

 

Digrignando i denti abbiamo sentito cantare i nostri vicini dai balconi, invece durante l’inverno abbiamo visto sardine di tutte le età riempire le piazze. Su quei selciati dove noi abbiamo festeggiato promozioni e trofei, le schiere ittiche si sono manifestate con idee piuttosto confuse ma con l’esplicito bisogno di dimostrare la loro presenza nel cuore della città, apolidi sbattuti dal mondo di oggi alla disperata ricerca di una narrazione collettiva di cui fare parte.

 

 

D’altronde noi ragazzi di stadio, di palazzetto, di gradinata (in senso lato) ben conosciamo il valore del rito del canto comune, così come il senso d’appartenenza ad una comunità, che trova la sua affermazione fisica in un luogo d’aggregazione. Per questo motivo nei prossimi mesi non dovremo ignorare la battaglia ideologica a cui potremmo essere chiamati per la riconquista dei nostri spazi vitali. Una resistenza che dovrebbe coinvolgere gli ultras ed i tifosi delle tribune, i giovanissimi e veterani, insomma tutti i seguaci della tribù.

 

 

Se è vero che Albert Camus ha fissato all’interno di uno stadio la meta finale del percorso per l’eudemonismo, dovremo restare vigili e pronti a scendere in campo per l’estrema difesa del diritto alla ricerca della nostra felicità. Un’impresa che affronteremmo con due inscalfibili certezze nell’animo: Non c’è luogo dove l’uomo sia più felice che in uno stadio e, soprattutto, non c’è luogo più triste al mondo di uno stadio senza tifosi.