Editoriali
14 Settembre 2023

Lo stadio non è una discoteca

E i tifosi non sono semplici consumatori.

Musica e sport sono legati fin dall’antichità. E infatti già il solo Platone definiva la musica come il bene principale dell’anima, paragonandola alla ginnastica per il corpo. Saltellando poi tra le diverse epoche storiche, notiamo come lo sviluppo della musica abbia accompagnato anche le diverse forme di risoluzione delle contese sociali e politiche attraverso manifestazioni sportive o presunte tali.

Nell’Alto Medioevo, quando la struttura ritmica monofonica iniziava ad essere sostituita dalla polifonia – che influenzò il Barocco e l’epoca rinascimentale – prese piede il Soule, un gioco con la palla tipico francese che, nato nelle regioni settentrionali, precisamente nell’XI secolo, permetteva di risolvere controversie territoriali e poteva essere definito come un calcio in salsa più violenta. Le manifestazioni sportive dell’epoca, come detto, venivano accompagnate da inni musicali che definivano le fazioni, servivano a incoraggiare gli “atleti” e rendevano l’atmosfera più elettrica. A quanto pare, questo legame fra sport e musica si è protratto fino ai nostri giorni, al calcio più precisamente. Come negare l’influenza esercitata dalla musica su questo sport? Del resto, come dimenticare la provenienza di quasi tutti i cori cantati negli stadi dalle diverse tifoserie di tutto il mondo? Parliamo di inni prodotti dalla riproposizione, in salsa hooligan o ultras, di hit musicali contemporanee o pezzi del passato, che testimoniano, senza ombra di smentita, il legame viscerale del calcio con la musica.



Da questa riflessione, tuttavia, nasce l’esigenza di sottolineare una degenerazione che sta colpendo più o meno tutti gli stadi d’Italia e non solo. Quello che tutti sappiamo è che la direzione intrapresa dal calcio, volutamente o meno, è quella di una metamorfosi da sport, popolare o aristocratico che sia, in un prodotto da vendere, una merce da esporre in vetrina, al fine di attrarre investitori e clienti da tutto il mondo. La denuncia della suddetta metamorfosi non stupirà certo nessuno e persino coloro i quali tendono a essere particolarmente avvezzi a questo nuovo modo di intendere e vivere il calcio ne ammettono le distorsioni, accettandole e talvolta foraggiandole, vedi le richieste di un tetto ai prezzi dei biglietti, spesso osteggiate dagli stessi fruitori dell’evento.

Questi ultimi, infatti, dovrebbero mirare a tutelarsi in ambito economico ma, al contrario, non pochi si ritrovano a sostenere le ragioni delle società calcistiche, le quali pensano al profitto sopra ogni cosa, lucrando sulla pelle dei propri tifosi senza mostrare il minimo indugio.

Questa alterazione del calcio dalla sua originaria natura di manifestazione sportiva e il progressivo tentativo di svuotarne il significato campanilistico oggi può essere sintetizzata anche nella diffusione molesta della musica negli stadi. Parliamoci chiaramente: a nessuno dispiace sentire un bel pezzo musicale, ma come sempre il troppo stroppia. Negli anni, infatti, la progressiva invadenza della musica negli eventi calcistici ha portato ad un costante utilizzo delle hit del momento all’interno degli impianti, con il risultato di aver trasformato larghi tratti di quello che dovrebbe essere un rituale collettivo vissuto fianco a fianco con altri devoti alla stessa fede calcistica in un evento più vicino alla Disco Paradise del sabato sera.

stadi musica
I sacri seggiolini, un tempo luogo di ritrovo sociale (foto dimitrisvetsikas1969/pixabay)

L’enfatizzazione dell’utilizzo della musica negli stadi, non a caso, ha portato le società calcistiche a imporre l’utilizzo di brani da discoteca per accompagnare un gol, quello che è il momento sacro per ogni tifoso, dove ognuno di noi manifesta in modo incontrollato le proprie emozioni, arrivando a superare il confine della realtà e toccando vette di estasi indefinite. Quello che per talune religioni è il grado più alto dell’esperienza mistica, infatti, per la religione del pallone è il gol e inquinare un momento di estasi collettiva, dove ogni tifoso trascende il confine con la realtà per unirsi in un tutt’uno di euforia con chi gli sta accanto, dovrebbe essere considerato al pari di un sacrilegio.

Per coloro che vivono il pallone in modo fideistico, lo stadio non è un intrattenimento del fine settimana ma un contesto dove poter socializzare col prossimo, consapevole che a legarlo con quest’ultimo sia la condivisione dello stesso amore per il simbolo del club, lo stesso sentimento irrazionale verso una squadra che spesso rappresenta la propria città d’origine. Trasformare lo stadio in una discoteca, con musica a volume altissimo nei pre partita o durante gli intervalli, riducendo drasticamente la possibilità di socializzare, chiacchierare e condividere opinioni personali per i novanta minuti in corso o che verranno, rende l’ambiente più artefatto, cancellando persino quella voglia di sostenere la squadra, magari in campo per il riscaldamento prepartita.



Ricercare le motivazioni di questa metamorfosi è esercizio complesso e articolato, ma che può essere ridefinito molto brevemente nella necessità di adeguarsi all’influenza dell’approccio statunitense al mondo dello sport: un altro campo che la mentalità capitalistica americana ha fagocitato sotto le proprie logiche di mercato. L’applicazione del suddetto paradigma alla realtà calcistica europea ha attecchito in modo crescente, portando nel giro di qualche decennio all’attuale situazione, nella quale il confronto fra un’esperienza in uno stadio argentino e quella in uno stadio europeo, se posta sul piano della ricerca della viscerale passionalità, risulterebbe essere totalmente squilibrato in favore dei primi.

Negli Stati Uniti, come più volte sottolineato, lo sport assume i contorni di un mezzo di intrattenimento per le platee, laddove lo show pervade l’agonismo, la necessità di eccitare le folle con gli atleti più forti del pianeta, come nel caso dell’NBA, dove il confine fra spettacolo e sport è stato ampiamente superato nel corso degli anni. Negli Stati Uniti, la patria del capitalismo e del profitto sopra ogni cosa, non vi è alcuna tradizione popolare intorno allo sport. Tale visione, ovviamente, fino a pochi decenni fa si scontrava fatalmente con la percezione che si ha del calcio in Europa e in Italia, dove il pallone che rotola è una “rappresentazione sacra”, per dirla alla Pasolini, e lo stadio è il luogo che più di ogni altro rende un uomo felice, per parafrasare Camus.



La musica, sia ben chiaro, non deve essere ostracizzata secondo criteri oltranzisti, anzi, una melodia, magari a fine primo tempo o nel prepartita, se riprodotta con criterio potrebbe anche essere strumento utile, in quanto con il ritmo giusto, al momento giusto, questa potrebbe fungere da detonatore occasionale dell’ambiente, favorendo la nascita di un nuovo coro pronto a essere riprodotto nelle diverse gradinate di tutto il mondo.

La musica negli stadi, concepita come negli ultimi anni, a detta di chi scrive è un chiaro indicatore del superamento del calcio e dello stadio come luoghi simbolo dell’aggregazione e del tribalismo del tifo, progressivamente trasformato in occasionale forma di passatempo, svuotato da qualsivoglia concezione fideistica. L’atomizzazione del tifoso, impossibilitato a condividere la sua esperienza con il vicino di posto a causa della musica assordante nel prepartita e durante l’intervallo, coincide con la sua estraniazione dalla primordiale natura dell’evento cui sta partecipando, che da manifestazione di passione collettiva viene progressivamente trasformato in evento individuale. In un contesto simile, a contare più dell’aggregazione con i compagni di tifo e della partecipazione attiva al fianco dei propri beniamini in campo, vi saranno inevitabilmente la miriade di comfort garantiti dal personale dello stadio, atti a rendere indimenticabile la succitata esperienza.

A tal proposito, per capire come questa sia la direzione intrapresa dalla stragrande maggioranza delle società calcistiche moderne, le cui proprietà sempre più spesso risultano essere affidate a fondi di investimento o magnati statunitensi, almeno per quanto riguarda il calcio italiano, basterebbe leggere i questionari inviati ai tifosi della Roma in merito al nuovo stadio.

Chiunque abbia potuto imbattersi nei suddetti quiz, avrà notato come le prospettive di aumento dei prezzi del biglietto e le valutazioni sui presunti benefit che un tifoso vorrebbe e dovrebbe avere durante la sua permanenza allo stadio, lasciano intendere quanto sia ritenuto marginale, dai manager del pallone, quello che dovrebbe essere il principale interesse di un tifoso: manifestare la propria fede e la propria passionalità nel modo più diretto e chiaro possibile. Gli esempi, in tal senso, potrebbero essere elencati per un giorno intero. Si pensi, ad esempio, alle recenti affermazioni di De Laurentiis, patron del Napoli, che nel prospettare un nuovo impianto nella città partenopea non ha mancato di far riferimento a un cinema, una perla per pochi fortunati meritevoli di un biglietto, adornata con sedili in pelle, tutto il contrario di quello che dovrebbe essere un tempio di viscerale passione.



In conclusione, per non recitare il ruolo di menagramo, è bene sottolineare come il definitivo superamento di quel tribalismo già esplicato da Desmond Morris nel suo Tribù del Calcio, caratteristica che da sempre ha contraddistinto gli spalti degli stadi e l’appartenenza a una tifoseria, è un processo ancora in atto e incompleto. I segnali, tuttavia, continuano a non essere incoraggianti e la musica a tutto volume negli impianti, al netto delle considerazioni precedentemente esposte, è solo uno degli indicatori che rendono chiara la prospettiva delle società calcistiche odierne, impegnate nel tentativo di raffreddare la passione genuina e talune volte becera del tifoso da stadio, per renderlo un consumatore perfetto, il cliente sicuro e affidabile che mai verrà meno agli impegni economici presi e che, anzi, non si farà problemi a immettere quantità di denaro sempre maggiori nelle classe del club senza colpo ferire.

La musica, in tutto questo, è stata elevata col suo pervasivo utilizzo al rango di elemento di disturbo più che di arricchimento della partita domenicale. Nonostante tutto, però, poiché la bellezza e l’amore salveranno il mondo, laddove ci sarà un brano sparato a tutto volume dagli altoparlanti dello stadio, ci saranno gruppi di tifosi pronti a parafrasare, su quelle stesse note, un coro di sostegno o magari di becero scherno contro una tifoseria avversaria, ricordando a chiunque ascolterà che lo stadio, almeno da qui alla prossima generazione, non sarà mai del tutto svuotato dalle sua componenti più antiche: passione, creatività, spontaneità e, perché no, anche genuina volgarità.


Gruppo MAGOG

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