Recensioni
03 Giugno 2021

Il Dio che non c'è

Giancarlo Dotto ci ricorda che siamo un esercito di mitomani.

La vita salpa dal dilemma. Se lo porta dentro. È il tarlo della navigazione. Lo scruta a targhe alterne. I dilemmi di ieri sono nei faldoni dei palazzi slabbrati o nella gipsoteca senza via e civico. Il dilemma d’oggi è uno solo: sono Asino o AssassinoIl “Dio che non c’è” di Giancarlo Dotto (GOG edizioni, 2021) cerca di traghettare il lettore verso una risposta. Dicotomia che non ammette labili polarizzazioni e che parte da un assunto fondamentale: siamo tutti mitomani.

A confessarcelo è un giornalista, scrittore e autore teatrale di quelli che ne avremmo ancora bisogno. Esegeta del far west televisivo, demiurgo della parola disintegrata. Gli elogi a uomini mai banali come Sacchi, Herrera, Maurizio Costanzo, Zidane. Il racconto di un amore vituperato, incline all’assuefazione, morboso, tronfio di una sessualità talvolta esasperata, su La Stampa, Il Messaggero, Il Foglio, Gioia, Panorama, Diva & Donna, Max, Sette e L’Espresso. Faccia da vitellone felliniano sull’ex tubo catodico – di quelle da voler prendere a schiaffi per la truce schiettezza del pensiero – a Controcampo, Verissimo, Buona Domenica, Matrix, Tiki Taka, La Domenica Sportiva, Atlantide, Otto e mezzo, Omnibus. Ma tutto questo importa poco.

Giancarlo Dotto, un mitomane incallito (Ph Marco Parisi)

Ha aiutato Ali malato di Parkinson a infilarsi il cappotto in un ristorante a New York. Si è sdraiato nel letto di Giuseppe Garibaldi a Caprera. Ha palleggiato con Il divin codino nel giardino della sua villa. Si è ubriacato con Ornella Vanoni e cantato insieme Bugiardo e incosciente di Mina. Ha bevuto tè verde e parlato di Dio con Franco Battiato sull’Etna. È stato nella stanza dello scemo di Lucio Dalla dopo aver mangiato pasta e fagioli con lui. Ha portato in scooter per Roma La ragazza del Piper. Ha percorso l’America con un’Harley-Davidson e l’Italia con una Citroen Pallas.

Ha stretto la mano morente di Carmelo Bene sull’Aventino, vegliato dal miagolio dei suoi gatti: «Ti voglio bene», riuscii finalmente a dirgli, ora che non era più il mio mito, ma solo una mitica creatura morente. «Anche io», riuscì a dirmi lui con un filo di voce, quella poca che gli restava dopo la recisione parziale del diaframma, quando non gliene fregava più niente di sembrare un mito, ora che lo sarebbe stato per sempre. Questa sarà l’altra cosa che risponderò quando mi chiederanno o mi chiederò. Ho stretto la mano di Carmelo, il mio mitico amico morente, lui e io soli, nella sua camera da letto e, dopo averlo fatto, gli ho rimboccato le coperte. Invece, tutto questo, è soltanto ciò che importa.

Giancarlo Dotto in compagnia di Carmelo Bene (Ph Luisa Viglietti)

Dotto espelle dalle proprie viscere un vademecum per riconoscere un mitomane, distinguendolo dal mito, seppur, talvolta, la scissione subatomica non è possibile. Il mitomane, proprio lui, quello che resta alla larga dalle macellerie, mica per senso di pietas, bensì perché l’unica carne che gli interessa è la sua. Il mito, quello fuggevole nell’assemblea di condominio del giudizio universale, che percorre non le strade maestre della mitologia: le asfalta, rendendole illusoriamente attraversabili dal popolo.

Un pingpong tra bestie liriche e miti viventi con gli stolti e i cinghiali stanchi in panca, pronti a soffiare il posto a un talento purissimo, approfittando della nube di abominio culturale che si posa sul tavolo comprato all’Ikea. Dotto funge da stampella al lettore. Si tira dentro al mucchio selvaggio. Il primo mitomane preso per il bavero è sé stesso:

“Siamo come il gatto di Céline, non sappiamo più riconoscere il mito anche quando dormiamo nel suo stesso letto e non sappiamo più inventarlo quando non c’è. No, non c’era bisogno di accoppiarsi per generare tanta miseria. Nudo tu e la tua schifosa pancia, nuda lei e le sue rughe”.

Tornando a Carmelo Bene, basterebbe il suo epitaffio di stille di sangue turco – probabilmente di Acmet Pascià – e stramaledettissima genialità per orientarci a comprendere come non ci siano più i miti di una volta. Focalizziamo il fine ultimo: «Il mio epitaffio potrebbe essere quel passaggio di Sade: mi ostino a vivere perché “Anche da morto io continui a essere la causa di un disordine qualsiasi”».


Un mito-mitomane è stato crocefisso dalla sfera pubblica. Il destino incontrovertibile della modernità di Jürgen Habermas. Sulla croce, morto, canta come un usignolo “Dónde estará mi primavera”. È quello del D10S, Diego Armando Maradona. La semplicità della sua follia. Questo cattura Dotto con il suo superotto perpetuo, dribblando masturbazioni sibilline e necrologi circensi:

«Diego, voglio dirtelo, sei diventato un mito definitivo per me, prima di diventare una reliquia e poi uno stadio, il giorno in cui hai ballato il Bombon Asesino in ciabatte nella cucina di casa. Non quando hai fatto la foca il tuo primo giorno al San Paolo, diventando il giorno stesso una statuina nei presepi di Gregorio Armeno e il sudario con la maglia numero 10 che avvolge la bara di Aurelio Fierro a Napoli, meritando lo stupore impaginato del «Times» e il mai estinto gorgheggio di massa “Oh mamma, mamma, mamma, ho visto Maradona e innamorato so’…”.

O quando hai stranito gli inglesi in Messico dribblando mezza squadra di tonti e segnando il gol fake con la mano di un Dio, in questo caso non nominato invano. La truffa del secolo. Non lo sei diventato quando hai baciato la barba di Fidel o quando hai fatto il gesto dell’ombrello a Equitalia. Quando hai vinto mondiali stellari, palloni d’oro, scarpe d’argento, targhe di platino, marcato gol irreali, come quello alla Juve, la punizione oltre la barriera degli avversari e la legge della fisica, quando calciavi da Dio o cantavi come un usignolo».


Un linguaggio fluente di Gange. I cadaveri di Jimi Hendrix, Anthony Quinn, Esopo, Manzoni, Cervantes, Calvino, Lewis Carroll, Jim Morrison, Amy Winehouse, Janis Joplin, Mozart, Chopin navigano a vista. In superficie un intonaco di musicalità di senso, tracimante cultura che colpisce alla bocca dello stomaco: «Citando Borges che citava Bioy Casares che citava un eresiarca di Uqbar, specchi, social e copule sono abominevoli perché moltiplicano gli esseri umani». Sommerso, fa risalire bolle in superficie, un beffardo sorriso, che trasuda sdegno per l’involuzione intellettuale. Denti stretti, capaci di parlare alla morte interiore di ognuno.  

Dotto schiaffeggia i figuranti del medium televisivo, colpevoli di far indignare persino Marshall McLuhan, che metterebbe volentieri mano alle sue nomenclature dall’oltretomba, definendolo non più freddo: putrido. L’autore lancia il plasma sul tetto, a prendere realmente confidenza col freddo: solo così può vivere un’umana sensazione.

La televisione di oggi ospita per lo più ottusi cinghiali e avvenenti coglioni. Non sempre avvenenti. Se non sei un cinghiale, hai almeno la chance di essere un coglione. Il massimo è quando metti insieme le due virtù. Ingaggio garantito”.

Ma per fortuna c’è il mito. Mitomane. Quello al femminile. Le perle della fidanzata d’Amica, Mary Pickford. Il seno percosso dal vento di Marilyn. Gli orecchini in tono con labbra da mordere di Judy Garland. Il logorio per chi non ce l’ha della spilla di Vivien Leigh. La pelle da graffiare e leccare, come palliativo, di Dorothy Dandridge. Dotto si muove tra la bibbia e le tovagliette da colazione pregne di cocaina, non lesinando verbo criminale, da marchese de Sade. Ma cos’è per lui il mito?

Mythos vuol dire parola. Parola vuol dire racconto. Racconto vuol dire trasfigurazione. Non fidatevi. Non c’è letteratura senza trasfigurazione.

E non solo. Mito, in particolare vivente, è per l’autore Roger Federer, santone del «fiotto orgasmico che mi ha invaso il cervello quel giorno che l’ho visto levitare incorporeo fino a schiantare con una piuma la robotica sagoma di Gengis Nole». Mito vivente è inoltre Leo Messi, che si è sentito dire da un connazionale altrettanto altisonante, Papa Francesco, «Messi non è Dio». Dotto elegge la pulce l’antipapa per eccellenza.


E il mitomane? Si cela certamente nel simbolo, quello tracotante, «le corna del principe Carlo, il tatuaggio in faccia di Mike Tyson, il sigaro in bocca di Winston Churchill». Ma la sostanza non cambia:

Siamo tutti mitomani. Impostori di noi stessi, prima che degli altri. Per esistere, ci raccontiamo cose che non esistono, viviamo in realtà fittizie”.

Dotto parla di desertificazione del mito. Come dargli torto. Prefigura Gesù Cristo in via del Corso a giocare su Tik Tok. Per fortuna, si rivelano negli angoli bui privi di banda larga le mosse sapienti dei feticisti. Di quel feticismo che sputa in faccia alla mercificazione dell’arte, dando giustizia all’Adorno. Ciò che conta, essenzialmente, in proiezione salvifica, è il rumore di testa e cuore. Il mondo può essere in grado di sintonizzarsi sul rumore e non sul segnale radio? L’autore è chiaro: «L’umano non ne può più di essere umano».

Serve la polvere di un pianeta inesplorato. Serve un bicchiere di assenzio da bere alla goccia. Serve un pretesto per andare oltre l’io: l’es: sé stessi, in pratica. Il mito. Un padre. La sua fascinazione, che porta al balbettio. Confronto da rivitalizzare, che si tramuta in sogno: «Ne sapeva qualcosa il piccolo Sigmund, che non sarebbe mai diventato il dottor Freud senza aver così copiosamente mitizzato la figura del padre. Il suo e quello di tutti noi».

Oggi ci muoviamo come una tartaruga cieca. Non lo sappiamo ancora se siamo Asini o Assassini. A voi la sentenza, attraverso le pagine di Un Dio che non c’è. L’assenza è sorda, la mancanza stagnante. Forse preferivamo il Dio di Céline in “Viaggio al termine della notte”: «Un Dio che conta i minuti e i soldi, un Dio disperato, sensuale e brontolone come un porco. Un porco con le ali dorate che casca dappertutto, pancia all’aria, pronto alle carezze, è lui, nostro padrone. Baciamoci!».

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