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25 Giugno

Quando la politica invade il campo

Annibale Gagliani

27 articoli
L’incrocio pericoloso tra il calcio, la politica e i loro linguaggi.

Puoi cambiare partito, ma non fede calcistica. È la seriosità romantica del calcio, che rimanda alle casacche d’appartenenza del Medioevo, cucite sull’anima con filatura più resistente delle bandiere intente «a sventolare una sull’altra, in una folla di tela povera, rosseggiante», ovvero quelle della politica, per Pier Paolo Pasolini. Questa è una fetta di storia del nostro Paese. Una storia di mezzi che diventano il fine. Un’invasione. A tratti edonistica. Invasione di campo. Il gioco del calcio nel linguaggio e nel racconto della politica. Un’opera, questa di Rocco Luigi Nichil e Pierpaolo Lala – edita da Manni, intramontabile casa editrice leccese – tra scienza e cazzeggio. La giusta sintesi per quel volgo aspirante élite. Il giusto manuale di riflessione per quell’élite che crede di padroneggiare il volgo. 

Nichil, ricercatore di Linguistica Italiana presso l’Università del Salento. Ama bucare la rete del lettore sulla sezione online Lingua Italiana della Treccani, come Pablito Rossi contro Schumacher al cinquantasettesimo di Italia-Germania 3-1. Lala, operatore culturale fantasista, tra la capoccia di Gazza e il sinistro fatato di D1OS, punto di riferimento per la giostra intellettuale salentina al timone del Coolclub e delle rassegne Io non l’ho interrotta e Conversazioni sul futuro.  Una carrellata di cambi di passo antropologici, impreziositi da un saggio dell’ordinario di Linguistica Italiana dell’Università del Salento, Marcello Aprile, che nota come l’incontro tra politica e calcio sia «un incrocio pericoloso».  

Marco Damilano, in prefazione, fa riflettere a freddo, senza riscaldamento, il lettore a bordo campo. Nella Prima Repubblica «la passione calcistica e la passione politica erano convergenze parallele, scorrevano nella stesse persone senza incrociarsi mai». In postfazione, Filippo Ceccarelli sentenzia sul rapporto tra pianeta football e politici asteroidi: «un deprecabile caso di parassitismo». Nella fattispecie, della classe dirigente assiepata nelle viscere dell’Urbe nei confronti della lingua del calcio. Dall’aulica favella, cardinale, quasi regale, in parte demagogica, al politichese grigio, indecifrabile, fino al calcese acchiappa like. 

Quali sono le cause che hanno portato un gioco per proletari nato di lunedì, il 26 ottobre 1863, sul tavolo polveroso della Freemasons’ Tavern, nella fumeggiante Great Queen Street, a Londra, a diventare la spingarda a doppio taglio degli onorevoli? Siamo pronti ad accettarne le variegate e indelebili conseguenze sul popolo?

Il viaggio di Invasione di campo decolla con l’aereo di Superga e atterra come in un action movie a stelle strisce con l’elicottero di Silvio Berlusconi. È una continua roulette di dicotomie. Rosso e nero. Nero e rosso. Come quella che mette uno di fronte all’altro nel cerchio di centrocampo Antonio Gramsci e Benito Mussolini. Gramsci invita, alla fine della Prima Guerra Mondiale, l’italica stirpe ad abbandonare lo statico gioco dello scopone in favore del calcio, propulsore di meritocrazia naturale e costanti coupe de théâtre: «Gli italiani amano poco lo sport; gli italiani allo sport preferiscono lo scopone. All’aria preferiscono la clausura in un bettola-caffè, al movimento la quiete intorno al tavolo. Osservate una partita di foot-ball: essa è un modello della società individualistica: vi si esercita l’iniziativa, ma essa è definita dalla legge: le personalità vi si distinguono gerarchicamente, ma la distinzione avviene non per carriera, ma per capacità specifica» (Il «Foot-ball» e lo scopone, «L’Avanti», 26 agosto 1918,p. 29 del saggio di Nichil-Lala).



Mussolini vede il calcio come un mezzo da sfruttare a proprio uso e consumo, fino a raschiarne il barile, se possibile. Cova nel profondo, verso i riti di Eupalla, una «schietta antipatia». Colpa di una profonda defecazione avuta nei suoi mutandoni il 31 ottobre 1926. Invitato da Arpinati per Italia-Spagna, partita che inaugura lo stadio Littorale di Bologna, subisce il celeberrimo attentato alla sua vita dal ragazzo Anteo Zamboni. Un odio latente, che non soffoca in lui la natura istintiva del tifoso – quella che non si può controllare – quando la Nazionale scende in campo e lo vede dagli spalti fumare nervosamente una sigaretta, gesto rarissimo. 

Nichil e Lala osservano come la relazione tra calcio e politica cominci a sedimentarsi attraverso la gobba di Giulio Cesare Andreotti. Figura eterea e dissacrante. Si muove tra sacro e profano per scongiurare la fuga di Falcao dalla sua magggica verso la riva di Naviglio nerazzurra. Confessa alla mamma del settebello, la senhora Arise, una fragorosa bugia: addirittura papa Giovanni Paolo II vuole che suo figlio rimanga a palleggiare divinamente a pochi passi dal Vaticano. La mamma, da cieca credente, lo fa notare con garbo al suo Robertino: «Non vorrai fare mica un dispiacere al Santo Padre, eh?». Un episodio di pura capacità dialettica, ricostruito con l’ausilio delle migliori fonti giornalistiche in circolazione, che mette in luce la macchina del potere del Divo all’interno del calcio, non una semplice invasione, bensì la cartina di tornasole della storia politica di Andreotti: tutto può, se solo lo vuole. 



Il calcese pianta le tende a Madama e Montecitorio a seguito di Tangentopoli, tra le ambizioni ruggenti di un intero popolo nelle notti magiche d’Italia 90. Un effetto domino. Una rivoluzione tattica nella politica, innescata dalla caduta del Muro di Berlino e che viaggia in parallelo con l’evoluzione di sistema e filosofia nel calcio nostrano. Sacchi docet. L’evento che cambia per sempre la comunicazione politica, attraverso un approccio spregiudicato alla res publica, è la discesa in campo di Silvio Berlusconi: l’evento che rivoluziona la gestione manageriale di un club calcistico, attraverso un approccio spregiudicato alla programmazione degli obiettivi e al modus operandi nel raggiungimento. 

Nichil e Lala dividono le epoche della politica e del calcio italiano con un a.S. (avanti Silvio) e un d.S. (dopo Silvio), eleggendolo a Cristo dell’animalismo politico da stadio, che genera inesorabilmente il calcio politico, inghiottito dal vortice delle Pay TV, dei procuratori, della spettacolarizzazione dell’uomo con il calciomercato e le copertine patinate. Sì, fino ad arrivare all’intontimento social dei primattori. Da quel momento, comprare un top player per alzare la curva dei sondaggi elettorali o comprare un parlamentare con le medesime strategie dell’Hotel Melià diventano azioni comuni, funzionali al progetto, convergenze intersecate. 

Seppur il Cristo abbia un predecessore altrettanto altisonante, capace di irrorare la lingua politica della città del sole di slogan calcistici di estrema efficacia: l’abominevole uomo delle navi, Achille Lauro, re di Napoli con mandati da sindaco, parlamentare e senatore, presidentissimo del Napoli, figura totale della città partenopea nel Dopoguerra.



1986. Cesare Cadeo presenta a Milanello uno show mai visto nel Bel Paese, che punta ad annichilire la prima volta di Maradona al San Paolo. La rosa del Milan viene presentata come in Apocalypse Now: i calciatori scendono dall’elicottero uno alla volta, accompagnati dalla Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner. Regista dei titoli di testa, il presidente, il cavaliere, l’imprenditore ed editore Silvio Berlusconi.  

1994. «L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti […] Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica…».

Berlusconi invade la politica italiana, per un nuovo miracolo socioeconomico. Non sarà un soggiorno finito. Il suo movimento si chiama Forza Italia, i componenti sono gli azzurri. D’ora in poi, calcio e politica, coi loro codici, la differente grammatica e gli steccati dovuti alla trasparenza contro il conflitto d’interessi si mescolano. Nasce una lingua ibrida: il calcese per fini politici, che soppianta il politichese della Prima Repubblica. Il frangente simbolo, che vale al Cristo l’auto-incoronazione alla stregua di Napoleone del 2 dicembre 1804, è il 18 maggio 1994. Il governo Berlusconi riceve la fiducia dal Parlamento. Ad Atene il Milan schianta 4-0 il Barcellona di Cruijff, il dream team d’Europa. 

Il saggio della coppia Nichil-Lala insegna però a diffidare dalle imitazioni. Matteo Renzi, nel luglio 2015, invoca un cambio di filosofia ai suoi ministri, seduti come in una sorta di spogliatoio a Palazzo Chigi. Lui è l’allenatore. Vorrebbe essere Al Pacino in Ogni maledetta domenica o forse Pep Guardiola nella pancia del Camp Nou. Sputacchia alla lavagna. I ministri battono le mani. All’Ansa riportano quanto segue:

«La regola cardine è una sola. Basta giocare sulla difensiva, col catenaccio tipico del calcio italiano: bisogna imparare dal tiki taka del Barcellona a spiazzare l’avversario, tenere il possesso palla e imporre il proprio gioco».

Matteo I non fa i conti con la tradizione del calcio e della politica italiana. Anzi, gli tira un calcione di interno-collo sul deretano. Greve errore: «Senza tradizione, l’arte è un gregge di pecore senza pastore», afferma dall’oltretomba Winston Churchill tra un sigaro e l’altro. A Matteo II – sul cartellino Salvini, per non confonderlo con Don Matteo –, il presunto capitano della politica italiana, che suggerisce cambi di allenatore, di modulo e di calciatori per il suo Milan a Telelombardia o in conferenze stampa, come fosse il Cristo con Carlo Ancelotti o contro Dino Zoff, non restano che le tortorate alla calabrese di Rino Gattuso nel novembre del 2018: «Salvini pensi alla politica e non ai cambi del Milan».



Gustosissimo spazio nel saggio è riservato alle trasmissioni televisive che somministrano il calcese per fini politici, generando il politichese calcistico. Su tutte, Il processo di Biscardi, del vermiglio oratore caotico, Aldo Biscardi, creatore del talk show politico per fini calcistici, portando attraverso il medium freddo i tifosi a scazzottarsi in un bar o in Curva virtuale per un paio di mirabolanti ore, nelle quali vige un’imperante regola: «Non parlate tutti insieme, al massimo due-tre alla volta, sennò si fa confusione».

A donare un’agognata leggerezza al discorso sui massimi sistemi del calcio è invece Mai dire gol, divertissement satirico della Gialappa’s Band mai passato di moda. Gli autori accarezzano le fasi cult del programma, capaci di fare ridere millennials e generazione z. A concludere il testo un glossario con tutti quei lemmi e quelle locuzioni che vengono utilizzate in forma ambivalente, sia dai cronisti della politica – che cercano di emulare le acrobazie e la nettezza linguistica di Tutto il calcio minuto per minuto, talvolta scivolando come un maiale sul ghiaccio–, sia dai narratori del calcio da ogni sua prospettiva. 

La coppia offensiva ricostruisce dei brevi tratti filologici del lessico selezionato, legati alla lingua dell’uso e al linguaggio settoriale del giornalismo. Ritroviamo: Zero a zero; A gamba tesa; A porta vuota; A tutto campo; Assist; Autogol; Battitore libero; Bomber; Bordo campo; Fischio d’inizio; Cambiare casacca; Clamoroso al Cibali; Catenaccio; Contropiede; Derby; Gol; Golden gol; Marcare; Mediano; Melina; Moviola; Palla al centro; Panchinaro; Pressing; Regista; Riserva; Scendere in campo; Serie A/B/C; Smarcarsi; Squadra; Staffetta; Tackle; Tempi supplementari; Tiki taka; Top player; Tridente; Triplete; Ultimo uomo; VAR; Visione di gioco; Zona Cesarini, che ispira un fresco neologismo politico, Zona Ciampolillo, dedicato al senatore del Movimento 5 Stelle Lello Ciampolillo, protagonista di un ritardo che provoca nel gennaio del 2021 il dilatamento dei tempi dell’avvio della procedura di voto di fiducia al governo Conte (fiducia in zona Ciampolillo). 



Una fotografia dello Stivale con calzettone e scarpino a tacchetti, che mastica i proverbi del Trap e sogna le donne di Silvio. La polaroid scatta fonti di prima mano, interviste a studiosi, professionisti e simpatizzanti delle lingue sondate. Un’irriverente fetta di storia tricolore che conferma il desiderio recondito di ogni tifoso: abusare d’ufficio, dall’alto di una carica istituzionale, allo stadio o davanti al cavallo della RAI per godere a scrocco delle gesta dei propri beniamini sul tappeto verde. Non tutti si limitano a chiedere il risultato in mezzo agli impegni, come Togliatti. La politica e il calcio hanno gli stesso obiettivi: impugnare le masse; soddisfarle con azioni indimenticabili.

Il politico attore nel calcio, l’attore del calcio in politica, tuttavia, non è un ibrido di forma, ratio e stile. Sono due facce della stessa medaglia: sta al popolo lanciare col pollice, scegliere, consapevolmente e non. Invasione di campo può aiutarci a capire: chi eravamo, a chi ci affidiamo, dove andremo a finire.

Possiamo oggi stabilire che Churchill ha detto una cazzata. Non su Renzi, ci mancherebbe. Bensì sul popolo italiano: «Quel bizzarro popolo che sono gli italiani: capaci di perdere le guerre come se fossero partite di calcio e le partite come se fossero guerra». È tempo di cambiare: quel bizzarro popolo che sono gli italiani: capaci di prendere le elezioni come partite di calcio e le partite di calcio come fossero eventi politici. Per informazioni, chiedere a Rocco Palese, candidato di Berlusconi alle Regionali in Puglia del 2010. Posa con la maglia del Bari, si gioca i voti dei roventi tifosi del Lecce. 

Il calcio, in Italia, è un atto politico.     

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