Tifo
15 Maggio 2022

La mia trasferta ad Anfield Road

Liverpool-Inter negli occhi di un tifoso nerazzurro.

Mia nonna, da buona pediatra, ha sempre sostenuto che la colazione fosse il pasto più importante di tutti, quello che avrebbe definito la giornata. Se la mattina dell’8 marzo me ne fossi ricordato, mentre alle 7.15 ero intento a bere il caffè in terrazza con in una mano la tazzina e nell’altra una canna ben infarcita di hashish, avrei intuito che la giornata sarebbe stata agrodolce e vibrante come quella colazione. Di lì a poco un amico mi avrebbe caricato in auto, aeroporto, direzione Londra, per poi da là raggiungere Liverpool in treno.

Per un un ottavo di Champions dell’Inter, questo ed altro. Arriviamo a filo in aeroporto, al check-in riusciamo a sgattaiolare qualche posizione più avanti nella fila. Davanti a noi un gruppo di ebrei ortodossi con passaporti americani, vai a capire tu cosa ci fanno in un piccolo aeroporto del Nordest. All’imbarco troviamo una ventina di ultras piuttosto oltranzisti. Stesso nostro volo, ma da Londra se la faranno in pullman. Quello di ritorno del giorno dopo però è stato cancellato, quindi le bestemmie si sprecano. Il volo fila via liscio. Allungo 18 euro e prendiamo dei pessimi caffè che due bottigliette di whisky Jameson aiutano a mandar giù.


L’ARRIVO A LONDRA


Si atterra, sigaretta all’esterno per saggiare il clima anglosassone, poi treno e metropolitana. Arriviamo dalle parti di Euston, scendiamo per mangiare qualcosa, due passi e capitiamo davanti ad un pub con l’insegna di una lepre. Il posto si chiama the resting hare perché nei tempi che furono c’erano reggimenti di lepri in zona, e tante erano solite bivaccare in quella strada di età georgiana, Woburn Walk, una delle prime pedonali di sempre. La leggenda delle lepri doveva essere vera, perché un certo Yeats all’epoca abitava al numero 6 di quella via, e confermava la loro presenza. Posto iconico, come tutto in Inghilterra.

Capitai per la prima volta qua nell’estate 2006, spedito come tanti ragazzini per due settimane in un college del Kent a tentare di imparare qualche rudimento d’inglese. Là vidi semifinale e finale dei mondiali, in un reparto del college appositamente organizzato per noi italiani. Francesi spediti dall’altra parte del campus, gli inglesi avevano rinunciato in partenza all’idea che dei ragazzini di nazionalità diverse potessero vedere in amicizia una finale mondiale. La mattina del giorno della finale andammo a Brighton. Era una splendida giornata, la spiaggia piena di pelli candide e arrossate dal sole. Un baracchino davanti al molo vendeva gadget della nazionale inglese, eliminata pochi giorni prima. Spiccavano dei gonfiabili enormi a forma di martello con stampata sopra la bandiera inglese.


Ne prendemmo qualcuno, tant’è che dopo la finale ricordo spedizioni a caccia dei francesi supportati dai tremendi martelli. Vedendoli pensai: “Perché in Italia non abbiamo queste cose per la Nazionale?”. Là iniziai a pensare che il simbolismo da quelle parti contasse di più che per gli altri popoli. La smodata ostentazione di simboli come l’Union Jack, i tre leoni, l’elmetto da poliziotto, i mattoni a vista, il tè, la guida a sinistra, più che per colpire l’immaginario esterno servono a non far dimenticare alle masse chi sono e da dove vengono. Questa convergenza sull’importanza di avere icone riconosciute da ogni membro del corpo sociale è l’unica cosa che unisce upper, middle e lower classes.

Le migliaia di persone che si rosolavano al sole di Brighton quel giorno sono certo fossero tutte molto rassicurate della sacralità dei loro emblemi nazionali. Il pub delle lepri è un posto carino, 8,50£ uno spritz, 9 un prosecco dal nome improbabile, molto meno una birra locale, la ordiniamo assieme a una pizza margherita che dopo una corsa a perdifiato riusciremo a mangiare in treno. Si parte e scatta un concerto di stappamento di lattine di birra, il che ci induce a correre nel reparto bar per assicurarci sei Budweiser a testa che leniranno le due ore e mezza su rotaia. Becchiamo dei tipi Inter di Milano, e in prossimità di Liverpool nello scompartimento partono i primi cori della giornata.


Nella città portuale tira molto vento. Non freddo, sui 12-13 gradi, ma quel vento ha qualcosa di particolare. Sferza, indurisce, sembra stare lì apposta per ricordarti che in quel posto la natura non rema a tuo favore, ti induce a pensare che puoi contare solo su te stesso. La popolazione locale restituisce la stessa atmosfera. La sensazione che né il cielo né il governo di Westminster remeranno mai dalla tua, e perciò devi arrangiarti come puoi, con un paio di squadre di pallone, un briciolo di autostima, e tante birre. Tappa a Goodison Park per ritirare i biglietti, e becchiamo il primo dei quattro tassisti della ventiquattr’ore a Liverpool, che scopriremo essere tutti tifosi dell’Everton.


LIVERPOOL (ED EVERTON)


Il discorso sul simbolismo britannico comprende gli emblemi delle squadre di calcio. Il Liver bird, l’uccello metà aquila metà cormorano simbolo del Liverpool, è famosissimo. In cima al Royal Liver Building ce ne sono due. Secondo leggenda il maschio tiene lo sguardo fisso sul mar d’Irlanda per assicurare il ritorno dei marinai in porto, la femmina osserva la città sorvegliando donne e bambini. Ma si sente anche dire in giro che sia il contrario, che sia il maschio a guardare verso la città per garantire che i pub, essenziale combustibile cittadino, rimangano aperti, e non è certo da escludere a propri.

LIVERPOOL SIMBOLO

Meno noto e poetico il simbolo dell’Everton, cioè l’Everton Lock-Up. Una torretta di fine ‘700. Era una cella di paese, ossia una micro prigione da una notte per ubriaconi e delinquenti locali in attesa di processo. Il malcapitato veniva condotto in un posto simile per sbollire la sbornia e attendere il processo del giorno dopo. Scelta curiosa per un club calcistico, ma che scopriremo essere molto significativa. Al botteghino il clima è goliardico. Pisciamo in un parcheggio davanti lo stadio, su suggerimento dello stesso parcheggiatore che per bagnare la terra del Merseyside ci consiglia un posto più riparato del cancello principale. La sensazione è “fai quello che vuoi, ma, per cortesia, mentre lo fai non farti vedere da nessuno. Nessuno dice che non puoi esagerare, ma non dare spettacolo”. Tengo a mente.

Altro taxi per tornare verso il centro e anche qua il driver è dell’Everton. Parlando di calciatori che hanno vestito quella maglia si ricorda del buon Lukaku, e nello sbiascicato dialetto liverpooliano distinguo nitide le parole “lazy fat bastard”. L’Airbnb è una stanza in uno studentato universitario, 73 Mount Pleasant. La zona sul principio degli anni ’70 era nota per essere la sede della Transalpino, un’agenzia di viaggi low cost per studenti che in quel periodo divenne l’imbarcadero per la discesa sul continente di decine di migliaia di scousers al seguito del Liverpool degli anni d’oro. Il che, oltre alle attenzioni del resto d’Europa sull’hooliganismo britannico, generò anche la mania per marche di difficile reperimento in Gran Bretagna, come Ellesse, Fila, Adidas, Lacoste.


L’inizio del movimento casual partì dal quartiere che avevamo scelto per pernottare, e se lo avessimo saputo prima sarebbe stato un ulteriore segnale per tenere le antenne dritte. Dopo aver caricato i telefoni e preso due birre a testa dall’emporio là davanti, marciamo verso Anfield. Una birra in mano e l’altra nella tasca del Barbour, maledicendomi per non aver preso il modello con la sacca posteriore porta fagiani. Continua a non fare freddo, ma continua anche a soffiare un vento incessante. La luce, già schermata da nuvole grigie e leggere, inizia a calare man mano che ci inoltriamo verso i quartieri meno chic di Liverpool.

Intendiamoci, non è un posto chic. E l’impressione è che ne vada fiera, orgogliosa di essere il manifesto della dignitosa fatica che fu il sostrato dell’impero inglese. Prova vivente i tassisti e il parcheggiatore di Goodison, che non ci aveva impedito di fare pipì là dentro, ma solo di farla in un posto meno visibile. Visibile è il secondo posto da noi scelto per urinare, un immondezzaio affacciato su una grande arteria. Un’auto della polizia, la quale stazione più grande della contea è esattamente davanti a noi, leggermente sopraelevata, accende delle sirene, ma non sono per noi. “Non ancora”, scherziamo. Ci dileguiamo alla svelta lasciando due bottiglie di birra accanto al piscio fumante.

EVERTON LIVERPOOL
Everton: il resto non conta nulla (foto J. Gozzi)

Google Maps ci conduce in una stradina stretta e poco illuminata, da una parte una schiera di case che più inglesi non si può, dall’altra una collina boscosa. La provvidenza fa apparire davanti a noi un negozio di alimentari, e altre quattro birre finiscono nelle nostre mani. Non ce ne rendiamo conto, ma se non fosse buio avremmo visto che esattamente dall’altra parte della strada, in un giardino in pendenza, c’è la torre cella per ubriaconi e casinisti, il simbolo dell’Everton. Arrivati in prossimità del parchetto ci disorientiamo. Una ragazza obesa con un bassotto lo intuisce e ci spiega qualcosa in liverpooliano stretto; non capiamo mezza parola.

Ringraziamo, prendiamo una direzione e torniamo a marciare. All’improvviso, cotti da viaggio e birre, perdiamo di nuovo l’orientamento, ed ecco che ci affianca un vecchietto. Cammina curvo, smilzo, passo veloce. Guanti a manopola, capelli radi, barbetta bianca poco curata. Giacca scura tipo parka. Non ricordo chi attaccò bottone, ma ci prende in simpatia, e ci scorta verso Anfield. Scopriamo che va nella Kop, che è un fedelissimo, presente anche alla finale di Roma. Osiamo chiedergli se era stato anche all’Heysel. La testa fa un breve scatto, come un cenno d’assenso, ma la chiude senza dire nulla, continuando a camminare veloce.

kop liverpool
L’entrata della Kop (foto J. Gozzi)

La domanda non lo ha rabbuiato abbastanza per smettere di raccontarci dei miti del passato del Liverpool. Mentre parla non posso non pensare che quell’affabile anziano era stato sulla breccia nel periodo di massimo splendore dell’hooliganismo britannico, e pensando alla morte dello spirito con la quale la mia generazione è costretta a fare quotidianamente i conti, provo un brivido d’invidia. Il pensiero si declina in una domanda che in prossimità di Anfield sento di dover fare al vecchio.

«What is, for you, the secret of Liverpool in some european nights? What’s about the magic that makes every dreams possible?». «The crowd. You’ll understand it very soon».

Si, avrei capito. Era faccenda di mezz’ora. Dopo averci scortati fino all’ingresso del settore ospiti accanto la Main Stand, spiegandoci il senso delle molte statue attorno lo stadio in onore di vecchie leggende del Liverpool, ci abbandona al nostro destino. Beccato il bordocampista di Sky non ci esimiamo a fare la parte degli esaltati di turno inneggiando sguaiatamente all’Inter in piena diretta pre-partita, subito imitati da una decina di ubriachi. La Main Stand conciata con i colori della bandiera ucraina offre un gradevole effetto cromatico, aldilà di facili pietosismi che mai come in questo caso non fanno presa su chi sta scrivendo.


Ben più commovente quel che c’è sotto, la Main Stand. Il memoriale per le vittime dell’Hillsborough piomba nel nostro campo visivo, rapido come un missile Javelin dei sentimenti. È un monumento semplice, due lastre di marmo con incisi nomi ed età delle vittime, unite in alto dal simbolo del Liverpool. Per terra decine di sciarpe, del Liverpool ma anche dell’Inter e dello Sporting Lisbona, in trasferta a Manchester il giorno dopo, e molti mazzi di fiori, intervallati da cornici con fotografie di alcune vittime. Attorno, almeno una ventina di persone raccolte in silenzio.

La Champions è serata di gala anche per i morti. Oltrepassiamo la fila e andiamo a rendere omaggio. Stando bene attento a non calpestare le sciarpe, arrivo davanti a quei nomi e leggo brevemente le date di nascita. La loro età media è insensatamente bassa. Chino subito la testa appoggiando la mano sulla lastra. Tornando indietro, un tifoso del Liverpool, una cinquantina d’anni, ben piazzato, il classico tipo da pub e bottigliate, per ringraziarci ci tende una mano che siamo stati onorati di stringere. In quella stretta di mano c’era di più che una semplice dimostrazione di britannico fair play, che peraltro avevamo già ricevuto dal nostro amabile vecchietto. C’era il senso di appartenenza che unisce tutti i tifosi del mondo, degli ormai pochi che preferiscono morire di passione e non di apatia.


Una specie di persone sempre più oltraggiata da istituzioni e affarismi, e il senso di quel memoriale, per come era stata trattata la vicenda di Birmingham nei decenni seguenti, non poteva spiegarlo meglio. Ma siamo pur sempre allo stadio. E va bene il fair play e le lacrime per le stragi, ma alla fin fine si dovrà pur tifare, no? E infatti, eccoci all’inizio del settore ospiti. Anfield Road. Alla vista delle primi uniformi, partono i cori contro la polizia. All’estero è bello, non venendo capiti, poterli cantare a squarciagola.

Siamo in 2500, settore full. In coda, sotto l’imponente struttura di Anfield, all’ingresso del campo, non si smette di cantare. L’ingresso nella piccola birreria ricavata sotto la tribuna ospiti è impagabile. Tappa al bar, ma questo punto sono cotto a puntino, le poche ore dormite, la camminata e l’alcol ormai pesano. Il mio socio riesce a rubare due birre da occultare sotto il cappotto. Dopo i primi diverbi con gli steward – guai a portare birre sugli spalti – riusciamo ad entrare. L’impatto con Anfield è da brividi.

liverpool stadio anfield
Dentro il campo (foto J. Gozzi)

A colpirmi più che la vicinanza al campo è quella con la Main Stand. Dalla nostra destra si erge un muro rosso di ventimila persone. Nel pre gara mandano alcune canzoni, tra cui “Imagine”, che viene cantata con un certo trasporto. Posso vedere le loro facce mentre pregano attraverso lo You’ll never walk alone con le sciarpe ben tese. Mentre ascolto la celebre litania in rispettoso silenzio rischio di commuovermi. Ma sono le facce della Main Stand a farmi riflettere. Capisco quel che voleva dire il vecchio.

Qua il calcio non è affatto un modo per passare la serata, ma la via maestra per farsi conoscere nel mondo e per tenere la barra dritta, e le cose vanno di pari passo. Non è gente che vive per far quadrare i calcoli a fine mese, ma per avere qualcosa di cui andare incondizionatamente fiera, noncurante dell’esclusione dal giro della finanza di un certo calibro grazie alla terziarizzazione dell’economia britannica. Ma poi la partita inizia e ogni pensiero corre via. Diamo una bella prova di tifo, a tratti un po’ confuso, ma efficace, a giudicare i ragazzi in campo. Gli scousers per la maggior parte del tempo tacciono, salvo qualche sporadico coro seguito a ruota da tutto lo stadio.


Nel frattempo ci siamo spostati verso il centro del settore ospiti, dopo che alcuni steward ci avevano impedito di stare in piedi sulla prima fila di seggiolini. Cosa che per noi era di vitale importanza, dato che del campo si vedeva poco senza un minimo di altezza aggiuntiva. “That’s for your safety” ci dicono sempre con un bel sorriso. Ma più che una premura verso di noi pare un pretesto per ricordarci chi comanda lì dentro. La calca è opprimente. Ci sono sempre piccoli segnali, più manifesti e più nascosti, che tentano di avvisarci delle catastrofi poco prima della loro venuta. Lo steward indo pakistano accanto al mio amico inizia a dar segni d’insofferenza, sento che discutono. Immagino il motivo.

Siamo sopra l’uscita del nostro settore, urliamo battendo senza sosta le mani sul plexiglass della balaustra sotto di noi, ogni nostro movimento comporta una spinta sui vicini di posto, e questo vale per 2500 persone. Lo steward, per sottrarsi agli inevitabili spintoni, potrebbe semplicemente scendere raggiungendo i suoi colleghi sotto di me sulle scale. Ma la voglia di protagonismo dell’essere umano non va mai sottovalutata. Intorno al quarantesimo lo steward si rivolge al mio amico, dicendogli di seguirlo di sotto. Gli steward sotto di me fanno a loro volta cenno di scendere. «Sento che cazzo hanno da dire e torno» mi fa prima di seguire l’infame pettorina arancione verso l’uscita del settore. Lo vedo oltrepassare i gradini sotto di me.


L’ARRESTO


Non l’avrei rivisto per il resto della serata. La tensione sale anche in campo, Mané simula un fallo inesistente venendo premiato con la concessione di una punizione da ottima posizione. Piovono insulti, mi unisco anch’io, e sentendomi sotto indesiderata osservazione, urlo improperi e bestemmie in veneto coprendomi la faccia con le mani, ricordandomi anche di un acceso scambio di opinioni con un ispettore della Digos a San Siro mesi prima. Il primo tempo muore sullo 0-0. Scendo al bar e chiamo il mio socio. Il suo telefono squilla a vuoto.

Tappa ai pisciatoi, qualche parola sul match con altri avventori dei trafficati servizi igienici di Anfield, poi mi dirigo al bancone per l’ennesima birra. Ormai ho perso il conto, ma sto ancora in piedi e ho ancora voce, quindi perché smettere? Richiamo, ma stavolta ottengo solamente la certezza che il suo telefono non è attualmente raggiungibile. Dev’essere successo qualcosa. Vado verso uno steward dall’aria importante, a differenza degli altri un pass ciondola dal suo collo, suppongo sia uno dei capi.


Gli spiego il problema, gli faccio il nome del mio amico. Sorride, come tutti da quelle parti, mi dice che si informa immediatamente. Armeggia un secondo con la trasmittente, e scatta una risatina. È stato preso in custodia. Per il resto della partita niente da fare, rimane sotto custodia, ma non temere, ti sarà restituito alla fine del match”. Gli chiedo perché, cos’avrà mai fatto di tanto grave. È premuroso, e vuole che io capisca bene il problema. Apre google translate sul telefono, e mi scrive il motivo del fermo per quello che gli hanno spiegato i suoi colleghi alla trasmittente. “Violent behavior and racial abuse”. Scoppio a ridere.

Ero accanto a lui e nessuna di queste infamanti accuse era basata sulla realtà. Ai piani più alti, dietro di noi, erano certo volate parole poco carine nei confronti dei tuffatori del Liverpool, ma il mio amico, avvocato laureatosi con una tesi sul Daspo, sapeva bene di essere accanto a uno steward e sapeva ancor meglio a cosa sarebbe andato incontro con certi comportamenti. Non è uno sprovveduto. Continuo a parlare un po’ con il capo steward, gli faccio presente che il ragazzo in questione è un avvocato, peraltro molto attento alle questioni sociali, ma la faccenda è chiara, nessuna possibilità di rilascio anticipato.

Prima di tornare in gradinata mi consola sapere che per lui, che dev’essere solito gestire le maggiori tifoserie del continente, siamo “very loudly”. Rientro in gradinata e per non sbagliare vado a mettermi in un posto lontano da steward e poliziotti. Riesco persino ad occultare una birra nel Barbour, e di lì a poco riuscirò anche ad accendermi una delle tre, meritatissime, sigarette che fumerò in barba alle leggi di Anfield. Il secondo tempo è di assoluto livello di tifo, alziamo il volume e Lautaro ci regala, proprio davanti ai nostri nasi, il gol che da solo sarebbe valso il prezzo della trasferta.


Purtroppo l’espulsione di Sanchez due minuti dopo e soprattutto l’esperienza e la classe che gli scousers hanno mostrato all’andata rendono inutile l’exploit, ma la soddisfazione di vedere in prima persona la propria squadra uscire vincitrice dal più iconico degli stadi britannici rimarrà sempre nel cuore di ognuno dei 2500 pretoriani nerazzurri al seguito della Beneamata in terra d’Albione. Tutto splendido. Ma se per loro adesso il problema maggiore è affrontare la camminata verso il centro città per godersi i pub, io devo ritrovare il mio amico, che continua ad avere il telefono staccato.

Chiedo a uno steward che fare, mi rimanda al suo capo che, non appena gli dico il nome del mio amico, dice che è stato preso in custodia dalla polizia. E che devo parlare con loro. Trovo un terzetto di cops, con il loro celebre caschetto e la pettorina gialla, proprio all’incrocio di Anfield Road. «Your friend has been arrested and taken to station, where he will be listened tomorrow». Ma che cazzo. Come tomorrow? È lui che ha le chiavi dell’Airbnb dove si suppone dovrei passare la notte. Airbnb di cui, grazie alle birre, ho persino scordato l’indirizzo. Se la ridono, i cops, di più quando dico anche a loro che si tratta di un avvocato. Mi spiegano dove l’hanno portato.

Copy Lane Police Station. Un’ora e mezza di camminata da Anfield. Di taxi liberi, ovviamente, neanche l’ombra. Come confermato da molti, può passare anche un’ora abbondante per trovarne uno dopo le partite, perciò non posso che avviarmi a piedi. Cammino per oltre cinquanta minuti. L’atmosfera è quella di un film di Guy Ritchie, e il panorama di mattoni e abbandono attorno a me aumenta la sensazione. A un certo punto, stremato, mi fermo in uno di quei negozi di tabacchi e stronzate gestiti dai pakistani. La combo sigarette-indopakistani in Britannia resiste, e anzi si è persino consolidata rispetto alla mia ultima gita da quelle parti.

Ho un bisogno disperato di fumare, e il paki mi porge un display che contabilizza il mio vizio tabagista in 13 fottute sterline, che pago mormorando una bestemmia digrignando i denti. Poco dopo davanti un incrocio scorgo un trio di uomini in tuta di acetato dall’aria pessima che parlotta fitto, incurante di me. Non mi ero neanche reso conto di avere la sciarpa dell’Inter in bella vista, che mi si possa ritorcere contro? Che magari il balordo di quartiere abbia meno remore a rapinare con tanto di coltello uno sprovveduto italiano o al contrario pensando alle conseguenze del gesto, abbia più vantaggio a rinunciare? Non ho tempo per pensarci, perché dal lato opposto della strada compare un taxi.

Mi sbraccio a più non posso e si ferma. La stazione ormai non era lontana. Intanto gli amici a cui avevo detto dell’arresto fan vibrare senza sosta l’iPhone pericolosamente sotto il 20% di batteria, aumentando la tensione. Chiedo al tassista di aspettarmi fuori. Suono un campanello nero, spiego con estrema brevità il motivo della visita e si apre la porta automatica. Nella minuscola stanzetta d’ingresso c’è un vecchio seduto su una sedia. Accanto a lui una porta, davanti a lui un’altra che confina con una piccola vetrata attraverso la quale parlare con i poliziotti.



Chiedo come mai è lì, cos’è successo. Mi rispondono che non possono dirmelo, che passerà la notte lì e che verrà interrogato dalle 7 in avanti la mattina seguente. Sono estremamente cortesi, sorridenti, appaiono sinceramente dispiaciuti della mia situazione. Intuisco che il primo capo steward mi aveva regalato un’informazione che non avrebbe potuto darmi. Chiedo di vederlo, devo sincerarmi che stia bene e prendere le chiavi. Me lo portano.

Possiamo parlare, ma solo alla presenza dei poliziotti e solamente in inglese. Sennò, io sarò allontanato subito dalla centrale e lui farà ritorno in cella. Mi raccomanda di avvisare la sua ragazza e mi lascia chiavi e biglietti dei treni di ritorno per Londra. Esco, un po’ tramortito, e grazie a Dio il tassista è ancora là che mi aspetta. Tornando verso il centro frullano tanti pensieri, che prendono forma quando mi stendo sul letto della stanza. Chiamo la sua ragazza e le spiego con tutta la calma possibile l’accaduto. «Avevate della droga con voi?!» Me lo chiederà almeno tre volte. Magari averla avuta, magari averla adesso, qualsiasi cosa. Rimaniamo d’accordo che ci saremmo aggiornati la mattina seguente.


Mezzanotte in punto, zero sonno. E io non mi ero fatto duemila km per andare a dormire così miseramente. Appena esco becco un terzetto di interisti, attacco bottone chiedendo se avessero mai avuto problemi analoghi, insomma se avessero mai dovuto gestire arresti in Inghilterra per casini legati al calcio, a esser precisi. «Eehh su queste faccende non scherzano, in Inghilterra. Vedrai che lo rilasciano domani mattina, spero tu non abbia avvisato la sua ragazza!». Mi fa un ciarliero ultracinquantenne siciliano. Il gruppo si divide, il siciliano e suo nipote entrano nel loro ostello, dirimpettaio al mio Airbnb, e io e tal Federico, 27 anni, di qualche parte vicino Milano, North Face nero Adidas bianche e jeans, ci andiamo a fare qualche birra.


TERZO TEMPO


Capitiamo in un pub molto grande, con ampia zona esterna, deserta, e il classico allestimento da divertimentificio inglese al suo interno, alcuni divani che si costeggiano la pista da ballo dove la peggio gioventù scousers sudava e si dimenava. Eccetto un gruppetto di interisti sul finire dei trenta, siamo i più vecchi del locale. Davanti a noi ballano due ragazze obese. «Non sono così male» mi fa Federico «Bei visi. Fossero magre, sarebbero fighe». Purtroppo per loro, non sono affatto magre. E purtroppo per me sull’argomento rimango piuttosto all’antica e per di più con pochissima immaginazione.

Mi appunto di lavorarci su tornato a casa, ma non faccio in tempo a sistemare questo appunto nel cervello che i miei occhi indugiano sull’altro lato del bancone, dove due biondine stanno attizzando un paio di ventenni inglesi. Sono entrambe molto carine anche se decisamente chav, termine che sintetizza un po’ il tamarro inglese, e spiega ancor meglio il clima di Liverpool. È però un chav onesto, uno che non ostenta né gode della sua tamarraggine. In Italia è più sottile, la gente così sente di essere additata dalla civiltà che si considera (sbagliando) più colta e quindi più meritevole di loro, creando un meccanismo del tipo “fiero di non essere come voi” da ambo le parti.

A Liverpool, invece, sono semplicemente quasi tutti così. Ricaccio nella mente quei ragionamenti e usciamo a fumare. Ci raggiungono proprio le biondine di prima, che mi chiedono l’accendino. E va bene che saranno tamarre, ma è anche vero che se ti trovi davanti una top model vestita da camionista, non è sulle bretelle macchiate d’olio che ti focalizzi. Ci parliamo un po’, con il classico insopportabile modo di fare degli italiani all’estero. “Mai stata in Italia, dear? Ma è un cazzo di crimine. Vivo vicino Venezia anche se la odio ma fa nulla sei mia ospite, vieni quando vuoi!”. “Come? Non conosci Milano? Ma io abito da quelle parti, devi venire a trovarmi, lo sai o no che è la capitale della fottuta moda?”.


E giù altre stronzate. Le due però vogliono solo irretire, e tornati tutti insieme verso il bancone si girano verso un altro gruppetto. Anche qua più fumo che arrosto. Andiamo via mentre sloggiano anche loro, da sole. Ormai le tre passate, Federico ha un pullman per Manchester che nel giro di mezz’ora parte da una banchina davanti al molo, lo accompagno. Seguono altri discorsi su Inter e prostitute e dopo esserci scambiati i contatti ci lasciamo. “Mi raccomando, aggiornami sul tuo amico. Spero lo rilascino presto”. Mi ero quasi scordato di lui.

Calcolo di avere poche ore di sonno, ma sono giusto davanti il molo, la parte più interessante della città. Mi inoltro sulla banchina. È la classica costrizione industriale inglese, mattoni e colonne rosse che compongono archi eleganti e ampi. Il rumore del fiume aiuta il flusso di pensieri. Mai capito perché l’acqua i moli i fari le navi e tutte queste cazzate aiutano le riflessioni interiori più sincere, ma anche le venti birre in dieci ore dicono la loro. Non incontro anima viva, e ne sono felice. E anche se non posso non ammirare l’ottimo lavoro di restauro del molo, mi rammarica abbia perso la sua funzione originaria.

Fossi capitato cent’anni prima di sicuro avrei dovuto stare attento a tagliagole di ogni sorta. Nessun dubbio, sono posti così che creano gli imperi. Esco dal molo colmo di speranza, perché in genere il contatto con l’acqua porta a quello, alla sensazione che se le cose non vanno puoi sempre salpare su quella chiatta verso un mondo nuovo, colmo di prospettive eccitanti o paurose, a seconda delle occasioni. Colmo di sensazioni di non facile descrizione, arrivo in un viale leggermente in salita. Fuori da un pub un paio di ragazze adolescenti, grosse e ubriache, si menano tirandosi i capelli circondate da un gruppetto di ragazzini che fanno il tifo riprendendo tutto con i cellulari.

Scorci d’Inghilterra (foto di Jacopo Gozzi)

Dietro di me un vecchio alcolista arranca con grandi difficoltà, e penso che il posto giusto per lui sarebbe il molo, collassato sulla prua di una barca carica di tè, appena sbarcato dalle Indie. Tempo un minuto e una camionetta della polizia e due volanti accorrono a sirene spiegate verso la rissa. La banda di ragazzini scappa, felice e ridente. Girando l’angolo della via dell’Airbnb ecco l’ultimo exploit della gioventù locale, una ragazza in tuta che urina conversando tranquillamente con l’amica.

Mi viene da ridere, e sorridendo auguro loro la buonanotte in italiano. Loro ricambiano. Mi accascio a letto alle quattro precise. La sveglia è fissata alle otto. Quattro ore di sonno, me ne servirebbero il triplo. Ma c’è un amico da recuperare. Farfuglio una bestemmia appoggiando la guancia al cuscino, e inizio finalmente a dormire. La sveglia è di quelle pessime. Le notifiche mi ricordano del mio imminente impegno. Mi trascino in strada, becco un taxi e capisco subito che il tassista è il tipo giusto per quel genere di missione.

Cinquant’anni portati malissimo, pancia da birromane, capelli corti e grigi, occhio sinistro un po’ sconnesso e ballerino, probabilmente frutto di qualche evento traumatico al quale collegare anche la cicatrice che dall’occhio offeso arriva fino alla guancia. Appena gli dico la destinazione, si appassiona alla vicenda. «You’ve been a naughty boy yesterday night?». Gli spiego il motivo e ride. Anche lui dell’Everton, un passato hooliganistico, tant’è che era stato anche a San Siro. Arriviamo a destinazione e lo prego di aspettarmi, cosa che per 40 sterline di tratta totale è ben felice di fare.

Meno felice sono io nello scoprire che il mio amico non è ancora stato interrogato da un ufficiale in grado di formulare o meno un capo di imputazione per lui, e che avrebbero cercato di fare prima possibile, provando a liberarlo in tempo utile per prendere il treno. Insisto, ma non c’è nulla da fare. Mi consigliano di andarmene, e seguo il suggerimento. Nel viaggio di ritorno verso il centro mando un paio di messaggi alla sua ragazza, mento a me stesso prima ancora che a lei dicendole che sarei andato all’ambasciata una volta arrivato a Londra, e pazienza per il volo.

Il tassista, pratico e navigato uomo di mondo, mi suggerisce di evitare l’ambasciata e di tornare a casa, che “non c’è nulla che tu possa fare per lui. Lo rilasceranno presto”. “Giusto” penso, dopo avergli mollato 42 sterline cash per portarmi al molo. Mentre addento una brioche annaffiata da un buon cappuccino, chiamo un noto avvocato specializzato nella casistica ultras, ma non risponde. In compenso la ragazza del mio amico e molti altri continuano a scrivermi stressando la già sofferente batteria del cellulare. Mando il telefono in modalità aereo.

Finisco la colazione, faccio due passi, qualche foto, qualche sigaretta, compro delle cartoline in un negozio da una splendida trentenne che mi fa dubitare sulla bontà della scelta di lasciare la città, e vado verso la stazione. Trovo un vecchio con una maglia dell’Inter degli anni ’30, con tanto di fascio littorio cucito sul petto. Parliamo un po’, dice che non abbiamo panchina. Vero, avessimo più giocatori saremmo il Liverpool o il City. Arrivo in stazione in tempo, trovato il treno mi accascio sul sedile. Riaccendo il telefono. Vedo per prime due notifiche, una chiamata del mio amico e un messaggio della sua ragazza che mi scrive

“LIBERO!”.

Tutto risolto, ma mancano solo sei minuti alla partenza del treno. Il mio amico mi risponde che è a casa e che il nostro treno sarebbe partito tra un’ora. La tensione mi aveva tradito, avevo memorizzato le 12, invece sul biglietto che stringevo in mano era chiaramente scritto 13. Esco di corsa da treno e stazione, giro l’angolo, percorro la via dell’Airbnb, e dopo aver bussato a lungo, mi apre la porta. Dopo un colloquio con una splendida ispettrice, è venuto fuori che non c’era prova alcuna, né per il comportamento violento, né per i presunti cori razzisti. Era stata una ripicca dello steward, stanco di trovarsi pigiato in mezzo alla ressa.

Un eccesso di protagonismo che si paga rimettendoci la possibilità di vedere un gol per il quale si è fatto duemila kilometri, con al posto di una maratona di birre nei pub della città una notte in una cella in compagnia di una branda un water e una telecamera, senza alcuna possibilità di comunicare nulla a chicchessia. Il resto è un tranquillo ritorno fatto di stanchezza sbadigli e sorrisi, tirati e sofferti i suoi, felici e increduli i miei. Si atterra alle 23. Di nuovo in terrazza, ancora una canna tra dita. Butto nei polmoni la botta di fumo pungente e lievemente aromatizzato, giusto per mettere a tacere le ultime sacche di adrenalina in circolo. L’hashish, facendo crollare gli ultimi barlumi di consapevolezza neuronale, mette in chiaro le carte rendendo ovvio che fosse già tutto scritto. Bastava riconoscere il valore dei simboli.


ringraziamo l’autore dell’articolo, Jacopo Gozzi, lettore appassionato e di lunga data di Contrasti, che ci ha regalato questo long-form/reportage da Anfield Road

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